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Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Storia del conflitto Anglo-Irlandese. Otto secoli di persecuzione inglese

Riccardo Michelucci

prefazione di Giulio Giorello, Bologna, Odoya, 286 pp., Euro 18,00 2009

Il volume si presenta, subito dalla guida di copertina, come «il libro nero degli inglesi in Irlanda», palesando onestamente il duplice intento dell'a. di offrire una sintesi polemistica e a un tempo divulgativa della questione irlandese nel lungo periodo, e cioè a partire dalla prima plantation britannica nel XII secolo. Il fine della pubblicazione - corredata da espressive illustrazioni - è pertanto quello di dimostrare «la linea di continua intransigenza della politica inglese?» (p. ??) sulla terra di Joyce, soprattutto attraverso l'evocazione di fonti giornalistiche, letterarie, in generale proventi della cultura popolare. La linea interpretativa di Michelucci solca così, senza particolari chiaroscuri, la plurisecolare storia delle relazioni angloirlandesi, a partire dalla colonizzazione medioevale dell'isola, attraverso la connotazione religiosa della contrapposizione tra i due popoli originata dallo scisma anglicano, l'età di Cromwell e la promulgazione delle Penal Laws tra '600 e '700 - dove l'a. sottolinea giustamente l'intento di Londra di relegare in un quadro di «second class citizenship» la popolazione irlandese (p. 86) - poi mitigate nella seconda metà del secolo dei Lumi (p. 106), il dramma ottocentesco della Potato famine.Colpisce però soprattutto l'analisi offerta nel volume della fase contemporanea della storia irlandese, a partire dalla Partition del 1921 e, ancor più, dagli anni '70 (pp. 203 ss.), non tanto per il risalto dato alle evidenti responsabilità dell'esercito britannico (e pertanto del governo di Downing Street) nell'escalation del conflitto interno alle Six Counties dell'Irlanda del Nord a partire dalla Bloody Sunday del 1972 (interessante la memoria su Derry del giornalista di «Paese Sera» Fulvio Grimaldi, pp. 214-219), quanto per la lettura nel suo insieme. Qui si enfatizza in chiave quasi assoluta la contrapposizione anglo-irlandese - ad es.: i Troubles sarebbero stati caratterizzati quasi unicamente dalle violenze perpetrate dai soldati britannici fiancheggiati dai paramilitari lealisti (Uda, Uvf ecc.) a cui sarebbe seguita la (giusta?) reazione dei nazionalisti repubblicani -, sfumando la presenza dello Stato nordirlandese e perdendo così di vista la natura «civile» e quindi «interna» della guerra in Ulster.Al di là delle speculazioni di carattere giornalistico nell'attribuzione alla questione irlandese del carattere di «genocidio» o addirittura di «olocausto», ha forse ragione Giulio Giorello a rimarcare nella prefazione come merito centrale del lavoro di Michelucci la presa di distanza dal luogo comune costituito dall'intendere la medesima «un conflitto meramente religioso»: concetto fondamentale e peraltro già ampiamente chiarito in precedenti ricerche di carattere scientifico, delle quali nella parte finale del volume, nonostante l'impostazione divulgativa, si sarebbe potuto tenere conto.


Paolo Gheda