SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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L'Italia di Mussolini 1915-1945

Richard J.B. Bosworth

Milano, Mondadori, 654 pp., Euro 25,00 (ed. or. New York, 2006) 2007

Lo storico australiano, noto ai lettori italiani per gli studi sulla politica estera e per la biografia di Mussolini (recensita su questo Annale nell'edizione originale), si cimenta ora con una «storia della prassi del fascismo» (p. 562), ovvero delle trasformazioni reali, e di quelle mancate, della società, della politica e delle istituzioni. L'a. ha esaminato una vasta documentazione archivistica e coeva e non si sottrae alle prese di posizione storiografiche, reagendo con impegno e vivacità contro quelli che ritiene pregiudizi e truismi del senso comune odierno, che tendono a proporre una generalizzata assoluzione o un'eufemistica banalizzazione del fascismo, intrecciati non di rado con strumentalizzazioni politiche della cosiddetta «Seconda Repubblica» o anche con più strutturati tentativi di revisionismo. Per Bosworth l'interpretazione genuina dell'Italia fascista deve prendere le mosse da un necessario antifascismo - «definito, con una certa approssimazione, come la sistematica ricerca della libertà, dell'uguaglianza e della fratellanza» (p. 10) -, con la consapevolezza che «l'aspirazione a scrivere la storia totale di una società totalitaria è illusoria» ma nondimeno con l'ambizione di «andare alla scoperta della vita della generazione italiana sottoposta alla dittatura, fossero uomini, donne o bambini, funzionari e intellettuali di partito o antifascisti, proprietari terrieri, industriali, operai o contadini» (p. 6). La costante attenzione dell'a. alla dimensione di scala geografica, la sottolineatura del familismo, del localismo, della tradizione cattolica, del maschilismo atavico che l'Italia secolarmente immobile trasmette al paese che Mussolini vorrebbe mutare in una dinamica nazione di uomini «nuovi», gli consentono di mantenere un approccio critico di fondo a proposito dell'entità della modernizzazione fascista. I risultati del regime furono deludenti, se non per l'instaurazione di una feroce tirannide che imprigionò, condannò al carcere, assassinò arbitrariamente e infine calpestò lo Stato di diritto, provocando all'interno e all'estero, con la sua politica coloniale e le sue guerre, «la morte prematura di almeno un milione di persone» e conseguendo «un posto di riguardo nel libro nero dei crimini del XX secolo» (p. 14). Il clientelismo, la frammentazione sociale, la disomogeneità interna del paese reale furono ostacoli insormontabili: l'a. sembra quasi estendere, senza citarla esplicitamente, la nozione gramsciana di «disgregazione sociale» dal Sud all'intera Italia. La classe dirigente fascista ci mise, di suo, arrivismo più che integralismo, pragmatismo spesso corrotto più che fanatismo, cura attenta del proprio «particulare» più che abnegazione nel perseguire il bene pubblico e dette dunque una prova storica di inettitudine. Il consenso popolare al regime fu mimesi e adattamento alle circostanze, deferenza pubblica superficiale e scetticismo privato, dato che «l'unica cosa che contava era tirare avanti» (p. 574).


Marco Palla