SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Una gestione bancaria ottocentesca. La Cassa di risparmio di Roma da 1836 al 1890

Rita D'Errico

Edizioni scientifiche italiane, Napoli 1999

Il volume narra la storia, comune a tutte le maggiori casse ottocentesche, di una istituzione sorta con generici intenti benefici e previdenziali e subito alle prese con un insperato successo di raccolta. L'abbondanza dei depositi pone il problema di trovare impieghi adeguati, tali da garantire la remunerazione dei depositi, ma anche la possibilità di un loro pronto rimborso. Compito particolarmente improbo nella Roma papalina, dove né i titoli del debito pubblico del governo pontificio, né l'attività economica privata sembrano offrire impieghi di tale fatta. La soluzione trovata fu concentrare gli affari su un ristrettissimo gruppo di mercanti e di grandi proprietari nobili (gli Antonelli, i Borghese, i Massimo, i Chigi...) in gran parte coincidenti con i fondatori e gli amministratori della Cassa. Essi accettarono ingenti somme in conto corrente, e spinsero la Cassa ad intervenire a sostegno delle poche grandi iniziative finanziarie locali. In pratica una vasta e crescente platea di depositanti finì per finanziare gli affari mercantili e immobiliari di una ristrettissima cerchia di potenti possidenti e mercanti. Eppure anche per questa via, con una commistione di interessi accentuata dalla ristrettezza della economia locale, si avvia nello Stato pontificio una modernizzazione finanziaria che procede in sintonia con quanto accade negli altri Stati della penisola. Del ventennio unitario colpisce la persistenza nei comportamenti e la ridotta crescita del numero dei clienti. In parte è una eredità del passato, perché i mutui e i conti correnti a favore degli amministratori sono ormai diventate delle immobilizzazioni dal lento rientro. Questo paradossalmente fa sì che la Cassa non rimanga invischiata nel giro dei crediti alla speculazione immobiliare negli anni '70 e '80, e quando il pericolo comincia a farsi concreto interviene dall'esterno la legge di riforma delle casse di risparmio del luglio 1888. La legge, prescrivendo l'incompatibilità fra amministratori e debitori degli istituti, e ponendo dei blandi limiti agli impieghi, costrinse l'istituto a porre bruscamente fine alla tradizione di affari seguita dalla fondazione in poi ed evitò il suo coinvolgimento nei dissesti bancari dei primi anni '90, a cui senza l'intervento esterno, la Cassa sembrava destinata. Nelle conclusioni l'a., forse con eccessiva modestia, pone il caso romano come una vicenda il cui significato potrà essere meglio inquadrato alla luce di future comparazioni con altre analoghe esperienze. È mia impressione che, pur scontando alcune forzature dovute alla particolare ristrettezza del mercato, le vicende della Cassa di risparmio siano in realtà abbastanza tipiche di una via italiana allo sviluppo capitalistico che fra intrecci incestuosi di affari e un contesto politico e istituzionale mutevole e instabile ha prodotto una modernizzazione finanziaria e la crescita di una élite degli affari, che le ricorrenti crisi hanno nel tempo selezionato e portato su assetti più stabili.


Alessandro Polsi