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Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Senza padroni. Storia di un'esperienza cooperativa: il Consorzio ?Etruria?, prefazione di Simonetta Soldani

Roberto Bianchi, Maria Teresa Feraboli

Firenze, Giunti, pp. 211, euro 23,00 2004

Il riconoscimento giuridico dei consorzi (1909) e l'approvazione di uno speciale Regolamento di assegnazione degli appalti (1911), permisero alle cooperative di produzione e lavoro di assumere, in concorrenza con le imprese private, lavori pubblici dallo Stato e dalle amministrazioni locali. Il tentativo di costituzionalizzazione del movimento operaio, intrapreso da Giolitti, fece sì che i consorzi dilagassero durante il periodo bellico e, soprattutto, negli anni tumultuosi del primo dopoguerra. In Toscana, il richiamo della cooperazione di lavoro, rispetto a quella di consumo, parve inascoltato. Solo il 13 febbraio 1921, sei cooperative (1.300 soci) fondarono il Consorzio ?L'Avvenire?. ?Non necessariamente legate da comuni riferimenti ideali e politici? (p. 57), prevalse tra loro un ?prudente pragmatismo? (p. 51) tanto che il Consorzio, già iscritto alla Lega delle cooperative, aderì al fascista Sindacato italiano delle cooperative e assunse, dal marzo 1923, il nome di ?Etruria?, più affine alle tradizioni italiche. L'esigenza di procacciare lavoro ai soci costituisce ?una delle possibili chiavi di lettura? (p. 53) delle scelte adottate, scrive Bianchi. E l'assidua rete di rapporti con esponenti del fascismo apparve ?l'unica strada in grado di garantire un apprezzabile flusso di appalti? (p. 58). Certo è che, dopo la crisi del 1933, il Consorzio parve ignorare ogni richiamo allo spirito cooperativo, se è vero che potenziò il ricorso al cottimo, non escluse la possibilità di licenziamenti, retribuì sotto i minimi sindacali. Ma, già alla fine del 1944 non mancò il sostegno del movimento operaio e sindacale di Firenze e Pisa; anzi, ?il nuovo protagonismo? (p. 76) delle genti toscane alimentò la fioritura delle cooperative di produzione e lavoro che, nel 1947, già sfioravano i 38.000 soci (quasi il 10 per cento del dato nazionale). Il Consorzio riprese gli antichi lavori e assunse nuovi appalti, ma soprattutto ottenne, nel 1950, la qualifica di ?stazione appaltante? per il Piano INA-Casa. Fu allora che l'?Etruria? allargò e modificò la sua base, affinò la preparazione tecnica dei 3.000 soci. Fu necessario soprattutto porre mano all'annosa questione della ripartizione degli appalti, concentrati nelle mani delle cooperative più grosse ed efficienti. La decisione, assunta nel 1963, di affidare direttamente all'?Etruria? la ricerca di appalti maggiori riservando alle cooperative l'assunzione di lavori minori, aprì una strada che fece decollare in modo vertiginoso i bilanci negli anni Settanta. I rapporti con la Regione, l'efficienza delle nuove tecniche costruttive, la collaborazione col Nuovo Pignone trasformarono l'?Etruria? nel maggior polo di costruzione toscano. Già dagli anni Ottanta, con 4 sedi e un bilancio di 3 miliardi di lire, appariva un protagonista indiscusso dello sviluppo economico e sociale: testimonianza insostituibile di una tradizione, di un'abilità e di un'arte imprenditoriale ben documentata dal saggio finale di Feraboli, che scava fino alle opere più recenti, innalzate dopo la crisi degli anni Novanta: ?memoria concreta? della crescita di una moderna impresa di costruzioni.


Fabio Fabbri