SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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L’ultimo fascismo. Storia e memoria della Repubblica di Salò

Roberto Chiarini

Venezia, Marsilio, 143 pp., euro 18,00 2009

L’a. fa cominciare il suo ragionamento dalla caduta del regime e dal vuoto politico che ne conseguì. Descrive l’ambiguo ruolo della Chiesa e lo svilimento dell’istituzione monarchica «simbolo dell’irresponsabilità della vecchia classe dirigente, collusa fino all’ultimo col fascismo, pavida nel momento delle decisioni più impegnative». (p. 32). Ne viene fuori un paese diviso in due e sottoposto al controllo di eserciti stranieri. Mussolini, si legge, non poteva sottrarsi al compito di fondare un nuovo Stato. Tuttavia, ne derivò un’«illusoria rinascita», concretizzatasi in uno Stato, «unico caso che si conosca» (p. 51), privo di una capitale ufficiale, e in un esercito senza popolo. Su questo sfondo, si sviluppò una vera e propria guerra civile, il cui atto di nascita è indicato nel novembre del 1943, quando il numero degli oppositori «cresce rapidamente sull’onda dei bandi di reclutamento di nuove classi di giovani decisi dal governo di Salò» (p. 63). Il governo fascista reagì con grande spietatezza. Ma anche con un restyling repubblicano e socialista che riprese temi antichi dell’ideologia fascista pur riducendosi ad una forma di velleità politica senza concrete conseguenze. Non fu velleitario, invece, il nichilismo della Repubblica sociale, esplicitatosi in una politica razziale che affondava le radici nel ventre più profondo della cultura fascista. Nel dopoguerra, continua l’a., i reduci saloini puntarono soprattutto su una identità collettiva fondata su valori «privati» e fatta di celebrazioni e anniversari, richiami all’epopea militare e al mito del legionario. La memoria di Salò ebbe però un peso determinante nel dibattito politico, non solo interno alla destra. Secondo l’a. «non si può parlare di una ma di molteplici memorie neofasciste della Rsi. Non si deve far coincidere, altresì, un’automatica corrispondenza tra memoria storica elaborata e scelta politica consumata» (p. 113). Più in generale, per quanto importante, il richiamo all’esperienza saloina non vincolò le strategie politiche né gli equilibri interni della destra italiana, divisa tra filo-occidentalismo e anti-americanismo, frange rivoluzionarie e cattolico-conservatori, anime elitarie e propensioni populiste.Il libro offre alcuni spunti molto evocativi. Spicca la descrizione della profonda trasformazione sociale avvenuta nel ’43, quando «la perdita della divisa di partito lascia il “cittadino” spoglio di ogni qualificazione e di ogni possibilità che non sia quella estrema, inerente all’essere “persona” con il suo bisogno di ricevere solidarietà e la sua volontà di testimoniarla» (p. 24). Nella seconda parte del volume, di più difficile lettura, non avrebbe guastato un riferimento al rapporto dei monarchici con la memoria del 25 luglio ’43 e della generale vicenda di Salò. Nel complesso, si tratta di un libro snello ma non scarno, leggibile e arricchito da un’utile cronologia; capace di proporre una sintesi equilibrata di un cruciale periodo storico e del suo controverso lascito.


Matteo Di Figlia