SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Storia economica d'Italia. Dalla grande guerra al miracolo economico

Rolf Petri

Bologna, il Mulino, pp. 364, euro 19,00 2002

Questo libro porta un contributo significativo alla crescente letteratura sulle vicende dell'economia italiana in anni relativamente recenti. Nonostante il titolo generico, infatti, propone un'interpretazione nuova, che non mancherà di suscitare discussioni. Nessuno dubita che l'Italia abbia compiuto di slancio la sua trasformazione in un grande paese industriale nell'immediato dopoguerra. Invece, secondo la visione tradizionale, durante il periodo precedente l'economia italiana si sarebbe sviluppata pochissimo, a causa della grande crisi e della politica autarchica. L'autore sostiene invece che, proprio durante gli anni Trenta, sono state gettate le basi per il miracolo economico, grazie al supporto dello Stato allo sviluppo di alcuni settori industriali ?strategici? (in pratica l'industria pesante). Senza di essi, l'Italia non avrebbe potuto essere un paese industriale avanzato, ma un loro sviluppo spontaneo non sarebbe stato possibile per mancanza di materie prime e fonti energetiche e per la ristrettezza del mercato interno. Tutta la politica economica, perlomeno dalla fine degli anni Venti in poi, sarebbe stata finalizzata a superare tali ostacoli. Secondo Petri, questo disegno industrialista, formulato a suo tempo da Nitti, è stato attuato da un gruppo di ?tecnocrati? che sono riusciti a gestire la politica economica, adattando abilmente le proprie idee alle mutate condizioni politiche. L'autore insiste dunque sulle caratteristiche di continuità della politica statale, come il protezionismo, l'attenzione ai problemi della bilancia dei pagamenti e del rifornimento di materie prime, l'orientamento dei flussi di capitale verso i settori ?strategici? ed il ruolo trainante delle ditte di proprietà pubblica. Invece Petri ridimensiona l'importanza delle ?novità? degli anni Cinquanta, come la (parziale) liberalizzazione degli scambi, la libertà sindacale (che rendeva più difficile la compressione dei consumi) e l'assistenza tecnica e finanziaria americana attraverso l'ERP. Infine afferma che gli investimenti ?autarchici?, lungi dall'essere uno spreco di risorse, hanno creato competenze tecniche che dopo la guerra si sarebbero rivelate preziose per posizionare l'Italia nel gruppo dei paesi tecnologicamente all'avanguardia. Il libro è sicuramente innovativo e stimolante, ma nel complesso la tesi di fondo non sembra convincente. Le basi empiriche delle affermazioni sull'importanza delle tecnologie autarchiche sono alquanto fragili. L'importanza decisiva dei settori strategici è data per scontata senza alcuna dimostrazione e si può facilmente sostenere che l'Italia avrebbe potuto svilupparsi anche senza di essi. Petri però non è disposto ad accettare un simile argomento per una scelta metodologica precisa. Egli infatti nega esplicitamente che lo storico possa valutare i costi e benefici del modello di sviluppo adottato, pur non negando la possibilità teorica di modelli alternativi. Semplicemente dichiara inutile speculare su alternative non adottate in concreto.


Giovanni Federico