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Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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L'Istria e la minoranza italiana nella crisi jugoslava (1974-1994)

Sabina Anderini

Civitavecchia, Prospettivaeditrice, 168 pp., euro 12,00 2006

Se appare in crescita esponenziale l'interesse accordato in questi ultimi anni dalla storiografia italiana (e dalla politica!) all'esodo dei giuliano-dalmati dall'Istria e dalla Dalmazia, svoltosi a «tappe» (Pupo) tra il 1945 e il 1956, altrettanto non può dirsi della comunità italiana che invece «optò» per restare nei territori passati alla Jugoslavia, oggidì sloveni e croati. Questo silenzio risulta tanto più rumoroso di fronte ai pregevoli contributi della storiografia, anche con l'ausilio di competenze antropologiche, in Slovenia e in Croazia (Centro di ricerche scientifiche, Università di Capodistria; Centro di ricerche scientifiche, Rovigno) su questa minoranza nazionale, particolarmente esposta alla pressione assimilatrice (79.575 unità nel 1948; 35.874 nel 1953; 25.615 nel 1961; 21.791 nel 1971, 15.132 nel 1981 e 24.367 nel 1991).Protagonisti del volume di Anderini sono appunto «i rimasti», le cui sorti vengono seguite nel periodo della crisi jugoslava, iniziata con l'introduzione della Costituzione del 1974, atto formale che instradò la Jugoslavia verso un percorso di democratizzazione che, stando all'autrice, ebbe effetti devastanti sulla minoranza italiana. Forse un po' discutibile, a nostro avviso, la scelta di farlo esclusivamente attraverso «La Voce del Popolo», il quotidiano della minoranza stampato a Fiume che rappresenta il mezzo di collegamento culturale e ideale di tutta la componente italiana in Jugoslavia, ignorando le fonti prodotte dal regime jugoslavo sulla questione delle minoranze (gli archivi ex jugoslavi sono ormai accessibili) e che probabilmente potrebbero mettere in luce risvolti diversi. Anche se da una prospettiva di parte, che sembra non lasciar spazio ad altre interpretazioni, e con un linguaggio che rischia di ricalcare in alcuni passaggi quello marcatamente politico della fonte, i quattro capitoli (e l'appendice documentaria) contribuiscono indubbiamente ad illuminare gli attori politici e istituzionali che hanno animato la componente etnica italiana in Istria fino al 1994. Si parte dai bui anni '70 e dal riemergere della componente italiana alla fine degli anni '80 dove furono soggetti attivi l'Unione degli Italiani dell'Istria e Fiume e il Gruppo 88 (cap. 1); si prosegue con la nascita del progetto regionalistico che prese forma in Istria sulla scia dello sfaldamento dei rapporti inter-republicani e che caricò la problematica minoritaria di una nuova dimensione mirante a recuperare il carattere plurietnico e plurilingue della regione istriana, su cui la Dieta Democratica Istriana avrebbe innestato le proprie richieste politiche (cap. 2). Il richiamo ad un'identità istriana di tipo regionale (inserimento dell'euroregione Istria nell'ambito della macro- euroregione Alpe Adria) fu una risorsa di sopravvivenza per la minoranza soprattutto dopo la disgregazione dello Stato jugoslavo e la dichiarazione di indipendenza di Slovenia e Croazia, che di fatto divise nel 1991 la comunità italiana tra due entità statali (cap. 3). La guerra nell'ex Jugoslavia ha avuto tuttavia l'effetto di risvegliare l'interesse dell'opinione pubblica italiana nei confronti della minoranza d'oltreconfine, dimenticata fino a quel momento (cap. 4).


Monica Rebeschini