SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Una domenica di sangue. I «fatti di Renzino» fra storia e mito

Salvatore Mannino

Bologna, il Mulino, 165 pp., Euro 15,00 2011

Da una decina d'anni la storiografia sull'Italia fra le due guerre mondiali si è rinnovata in modo significativo, anche grazie a una crescita quantitativa e qualitativa di ricerche sulla storia locale del fascismo e della crisi del primo dopoguerra. Le indagini sulle articolazioni geografiche della crisi dello Stato liberale e dei suoi organi amministrativi, sui conflitti sociali e le competizioni politiche, le forme degli scontri di piazza e i linguaggi delle mobilitazioni in ambito urbano e rurale hanno spesso usufruito di un confronto serrato con prodotti storiografici di ampio respiro, capaci di interrogarsi su realtà, miti e chiavi interpretative della «guerra civile» europea che si sarebbe aperta con la Grande guerra e che avrebbe gettato una lunga ombra anche sulla storia successiva al 1945.Se osserviamo il rapporto fra vicende locali e nazionali possiamo valutare meglio i caratteri di una storia che fu disomogenea nel territorio nazionale, come è stato ben illustrato da molte ricerche degli ultimi anni. Da questo punto di vista, la Toscana rappresenta un caso di studio molto utile, per i tratti che assunse l'ascesa degli squadrismi e la conquista fascista della regione, scandita da battaglie e da manifestazioni di strada, ma combattuta anche sulle pagine dei giornali e attraverso il controllo e la gestione delle informazioni e delle «memorie».L'agile volume di Mannino prende le mosse da una ricostruzione dei «fatti di Renzino»: il 17 aprile 1921 (due mesi e mezzo dopo la battaglia di Firenze e i tragici fatti di Empoli) una violentissima spedizione punitiva in provincia di Arezzo si concluse con tre vittime da parte fascista, in località Renzino. All'indomani dell'imboscata antifascista - divenuta un «luogo della memoria» della rivoluzione fascista negli anni del regime -, gli squadristi toscani, sostenuti da fascisti di altre regioni, misero a ferro e fuoco il paese di Foiano della Chiana, che subì una pesante rappresaglia e nove morti.Più che nel racconto e nell'analisi degli eventi di quei giorni - già puntualmente ricostruiti in sede storica, e in particolare da Giorgio Sacchetti -, l'attenzione di Mannino si concentra sulle conseguenze dei «fatti». Il corpo centrale della pubblicazione è, infatti, dedicato ai risultati di uno spoglio di sei quotidiani («Corriere della Sera», «La Stampa», «Il Popolo d'Italia», «Avanti!», «La Nazione», «Il Nuovo Giornale»), come alla messa in luce del «filtro filofascista» (p. 9), che condizionò gli articoli pubblicati su gran parte della stampa, in vista delle elezioni politiche del maggio 1921. Ne esce confermato il ruolo decisivo dell'apparato statale, locale e nazionale, per l'ascesa del fascismo e la conquista del potere da parte di Mussolini.L'ultimo capitolo getta uno sguardo sulla costruzione del «mito di Renzino» durante il ventennio, dalla nascita «della leggenda» (p. 124) alla «monumentalizzazione del mito» (p. 149), fino al periodo della Rsi. Un mito che, spiega l'autore a p. 159, si sarebbe estinto e si sarebbe dissolto con la nascita della Repubblica, anche dalla memoria degli epigoni del fascismo.


Roberto Bianchi