SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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La storia d'Italia nei palazzi di governo

Sandrino Schiffini e Stefano Zuffi (a cura di)

Milano, Mondadori Electa, pp. 532, euro 180,00 2002

Certo a causa dei costi editoriali, ma anche per radicati paradigmi culturali, i sempre più numerosi storici dei linguaggi simbolici usano far parlare le loro immagini, senza mostrarle, mentre chi mostra ? cataloghi, pubblicazioni celebrative, sperperi istituzionali ? ha raramente da offrire testi di qualche densità. Qui siamo tutti sul secondo versante. Il volume ? che è presentato dal Ministro dell'Interno e apre sul palazzo del Viminale ? mostra le sedi di tutte le prefetture italiane (oggi ?uffici territoriali del governo?). Dapprima una antologia di belle immagini è commentata in stile letterario-funzionariale (i palazzi sono ?un grande libro di pietra?, ecc. p. 18); seguono una breve illustrazione di ciascuna sede in ordine alfabetico di provincia, e ancora una serie di brevi schede storiche sui medesimi palazzi. Il tutto senza alcun apparato, indice o rinvio bibliografico, per complessivi tre chili e due. Le varie centinaia di belle foto parlano dunque da sole, ma parlano molto. Tra i primi dell'800, quando nascono le francesi intendenze, ad oggi, quando si creano nuove province (e i ?palazzi del governo? sono ville tardo-ottocentesche, come a Verbania, sul Lago Maggiore, o Rimini), i governi hanno ereditato, espropriato, adattato, nonché restaurato, palazzi di corte (foresterie: Napoli; casini di caccia: Caserta; residenze reali: Torino; vicereali: Cagliari), conventi (Avellino, Lecce, Matera, Cosenza?), palazzi apostolici (Viterbo, Frosinone, Ravenna?); palazzi signorili d'ogni tipo (come quelli dei Medici, poi Riccardi, a Firenze, o dei Cybo Malaspina di Massa), sedi di antiche magistrature cittadine, castelli (come l'estense a Ferrara), villette borghesi (villa Withaker a Palermo), e perfino dismessi Grand Hôtels (Imperia). Sono segni d'un imperio che s'impone al passato e vi aderisce. Più raramente lo Stato ha edificato ad hoc, in genere esagerando, con palazzoni rinascimentali, fortezze, mastodonti. Arroganti, ma a volte di notevole efficacia architettonica e con arredi d'eccezione, sono alcuni edifici ?fascisti? (Taranto, Latina, Enna, Livorno..? Qui però, senz'ombra di ironia i redattori si commuovono al ricordo del Duce, che sempre approva i disegni e poi inaugura i palazzi in clima ?di entusiastica esaltazione?, p. 524, o di fronte a una ?folla inneggiante?, p. 502). Quanto agli interni e agli arredi, una trama non è nemmeno percepibile per l'occasionalità delle immagini, l'insistenza sulla bellezza e il lusso ? saloni, lampadari, arazzi, affreschi, pezzi pregiati illustrati con didascalie da catalogo antiquario: c'è la scrivania di Cavour, quella di Radetzky, e il letto dove nel 1945 dormì Mussolini, ?lacerato tra le estreme speranze di una fuga in Svizzera con Claretta Petacci e l'ipotesi di una disperata resistenza in armi..? (p. 47). L'istituto prefettizio è ormai un'ombra, un reperto d'altri tempi. Questa pubblicazione senza volerlo ne celebra l'uscita dalla storia. Con foto tutte in piena luce, tutte di oggi, tutte a colori, (e tutte firmate dallo stesso Paolo Manusardi), e senza mai che vi appaia una sola presenza umana, un segno di eventi, il volume mette in scena un potere senza uomini, senza contesto e senza accidenti, e fa del passato una brochure disabitata. Affascinante.


Raffaele Romanelli