SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Raffaele Mattioli e il filosofo domato

Sandro Gerbi

Torino, Einaudi, pp. 230 euro 17,00 2002

L'autore si è già sperimentato in un altro suo saggio nel gioco delle ?vite parallele?. Tempi di malafede aveva per protagonisti Guido Piovene ed Eugenio Colorni (Cfr. Gaetano Arfé su questo "Annale", 2000, p. 217). In comune i due avevano un intreccio biografico, psicologicamente contorto, che aveva le sue radici nella giovinezza di ambedue. E in quell'intreccio Colorni fa da cartina di tornasole alle ambiguità di Piovene, qui interprete d'una fragilità congenita a gran parte dell'intellettualità italiana, quella di aver bisogno d'aver le spalle coperte e quindi d'essere organici sempre a qualche cosa. In quest'ultimo lavoro, Raffaele Mattioli e il filosofo domato, l'accoppiamento è meno problematico. Raffaele Mattioli e Antonello Gerbi, sono legati da una collaborazione costante negli uffici della Comit a piazza della Scala, a dividerli sono solo le contingenze storiche (le leggi razziali, la guerra) che interrompono per un tratto il filo della loro quotidiana collaborazione. Diversa, a differenza dei due personaggi del precedente libro, è invece la loro formazione giovanile. Quando Mattioli affida a Gerbi la direzione dell'Ufficio Studi della Comit, questi ha concluso la sua formazione, reduce di un ?grand tour? che lo ha visto a Berlino seguire le lezioni di Meinecke, a Londra i corsi della London School of Economics e a Vienna, anche se alle spalle dei due ci sono gli stessi numi tutelari, Einaudi, Cabiati, Mortara per dirne alcuni. Il libro non appartiene al genere ?universitario?, che per convenzione si continua a ritenere ?scientifico?, ma è una ricerca che ha la sua solidità e in cui soprattutto c'è il talento di ricostruire ambienti e situazioni. Il mondo che evoca è l'intreccio molto stretto di finanza e società intellettuale, ultimo scampolo di quello che era stato un tessuto dell'Italia liberale, nelle stanze della Comit tra le due guerre. Non è solo la magia di Mattioli. Ci sono anche sullo sfondo, con ruoli decisivi, Beneduce e Menichella. E' una filiera di classe dirigente che attraversa il fascismo e che rimane senza partito, pur non essendo personale ?tecnico?, ma svolgendo ruoli eminentemente politici, per la concezione precisa che ha del ruolo dello Stato nell'economia, che le garantisce una posizione centrale nel sistema di potere. De Cecco ha parlato di un ?sistema Beneduce?, che è stato il nerbo del ?sistema paese? dal primo dopoguerra agli anni Sessanta, e quanto Sandro Gerbi ci descrive è una delle tavole di questo polittico, con le sue diramazioni che investono l'antifascismo militante, fino ai Rosselli ed a Ugo La Malfa. Una ulteriore considerazione va fatta su Mattioli. Il fascino ed insieme l'ambiguità del personaggio non sono stati del tutto indagati fino in fondo. Gerbi ci offre una chiave nel suo criptogiacobinismo, che poi era anche quello di Beneduce e di altri. Ce la svela un passo citato della commemorazione che di Mattioli fece Franco Rodano. In chiave marxista Rodano descrive Mattioli come un liberale che coglie nella realtà italiana come non compiuta la rivoluzione borghese e quindi vuole che altri, come ad esempio il PCI, la compia. E c'è biograficamente probabilmente del vero in quest'ultimo atto di illusione borghese.


Piero Craveri