SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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I mondi minerari della Sardegna. Con dieci testimonianze orali,

Sandro Ruju

Cagliari, Cuec, 314 pp., euro 15,00 2008

Il saggio, pubblicato nella collana «Prospettive», presenta uno spaccato dell’evolversi della realtà mineraria sarda dalla rinascita della seconda metà del XIX secolo fino alla lenta agonia degli anni ’60 del secolo scorso. Un lavoro storico ben documentato che, alternando indagini archivistiche e testimonianze orali, restituisce parte di una memoria che ha giocato un ruolo significativo nella storia sarda e non solo. Si compone di tre sezioni, due delle quali già pubblicate dalla Fondazione Feltrinelli ed una inedita costituita da una raccolta di dieci testimonianze orali raccolte quasi tutte negli anni ’90.La prima parte rappresenta un’interessante analisi del mercato del lavoro con la tendenza al «nomadismo» (p. 27) di quel «proletariato fluttuante» (p. 17) costituito da braccianti e contadini poveri alla ricerca di un più sicuro reddito. Segue un’analisi dell’organizzazione produttiva, che non tralascia annotazioni di carattere etnografico con appunti riguardanti gli attrezzi da lavoro, il rigido sistema disciplinare e le malattie professionali. Poi le dinamiche salariali dei «minatori dottori», così definiti dai contadini ad indicare il loro migliore status sociale (p. 50) con il vantaggio di un lavoro continuativo e l’uso dei cottimi a partire dal tanto discusso sistema Bedaux. Continua con un resoconto delle lotte operaie di questo antico mondo, che manterrà nel tempo la leadership morale del movimento popolare, caratterizzato da conflittualità come anche da un forte paternalismo aziendale. Infine la vertenza apertasi nel «biennio rosso», l’avvento del fascismo con la distruzione delle avanguardie operaie, il dissenso che si manifestò con la grande crisi, la radicalizzazione degli scontri dei minatori di Carbonia, per approfondire poi le dinamiche delle due vertenze del 1948-49 con la sconfitta causata da errori sindacali e partitici.La seconda parte narra le vicende dell’Argentaria, un microcosmo «fortemente segnato a lungo dal suo isolamento e dalla forza egemonica dell’ideologia aziendale» (p. 10) con il paternalistico controllo assoluto sulla manodopera e il suo essere «garante della comunità» (p. 109). Di questa «comunità priva di radici lontane nata con e per la miniera» (p. 140) l’a. segue gli sviluppi dalla fine dell’800 fino alla chiusura del 1963, evidenziando la provenienza non isolana di molte maestranze che, come pionieri, ebbero un forte attaccamento alla borgata in grado di realizzare un «crogiolo di comunità abbastanza compatta» (p. 116).La terza parte si compone di dieci testimonianze orali, con le distorsioni tipiche delle memoria che divengono punto di forza per la storia orale, secondo cui proprio l’elaborazione degli eventi ricreata dai loro testimoni, insieme al loro vissuto, permette la focalizzazione di punti di vista differenti, difficilmente perseguibili con l’ausilio delle sole fonti classiche.


Fabio Salerno