SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Aggressore e vittima. Per una storia integrata dell'Olocausto

Saul Friedländer

Roma-Bari, Laterza, 153 pp., Euro 15,00 (ed. or. Göttingen, 2007) 2009

L'obiettivo che l'a. si prefigge è motivare la sua ricerca di una «storia integrata» della Shoah, che prenda in considerazione, oltre all'analisi dei meccanismi istituzionali e degli autori dello sterminio degli ebrei d'Europa, anche la voce delle vittime. In dissenso con i «funzionalisti», che sostiene abbiano espunto le testimonianze dalla narrazione, Friedländer ritiene che esse vadano recuperate. Nella sua polemica verso i «funzionalisti» c'è chiaramente una contrapposizione di scuola; Friedländer può essere annoverato tra gli «intenzionalisti», e non per niente nel suo testo riproduce in larga parte molte di quelle che sono le interpretazioni classiche di quel filone. Tra di esse, la convinzione che Hitler abbia giocato un ruolo di netta predominanza nello sterminio, a dispetto delle tesi di coloro per i quali il nazismo sarebbe stato un sistema tutt'altro che monocratico. E tuttavia, forse il peso maggiore nell'assetto interpretativo di Friedländer è nella sua biografia, come del resto non si cura di nascondere. Ebreo ceco, trasferitosi in Francia prima che i nazisti la occupassero, al loro arrivo rimase nascosto in un convento, all'interno della zona di Vichy. Gli anni in cui fu costretto a separarsi dai genitori e a nascondersi furono quelli in cui si formò, i più importanti della sua vita. Si può quindi capire la sua tensione verso le vittime. Consapevole di questa ineludibile soggettività nel proprio modo di fare storia, Friedländer cerca tuttavia contemporaneamente di lasciare aperto il dibattito con coloro contro cui polemizza e non a caso dedica una sezione del proprio libro a una sorta di tavola rotonda alla quale siede anche Norbert Frei, allievo di Martin Broszat e quindi piena espressione della scuola funzionalista. Nel dibattito tra studiosi di diverso orientamento, che nel suo caso diventa anche tensione tra storia e memoria, Friedländer continua a interrogarsi e a interrogare gli altri su quelli che restano nodi ancora insoluti nella storia della Shoah. Un ruolo preponderante nella narrazione è riservato alla responsabilità della società tedesca nel suo insieme e ancor di più alle motivazioni che hanno spinto gli «aggressori» all'eccidio degli ebrei d'Europa. Nonostante sia convinto che i responsabili fossero animati da «antisemitismo religioso e sociale che impediva da sé ogni accomodamento» (p. 39), l'a. vuole credere tuttavia nella possibilità di un rimorso residuo in essi, di un «trauma del colpevole» che una intensa attività pedagogica possa far venire del tutto a galla. Tanto spietata quanto in fondo banalizzante è la posizione dello psicologo sociale Harald Welzer, che, come altri, siede alla tavola rotonda: «gli uomini sono nella condizione di smettere di uccidere»? (p. 127), si chiede. E, aggiungerei: non può forse l'opportunismo, l'essere tendenzialmente gregari e accondiscendenti verso qualunque potere, spiegare di più rispetto al peso dell'ideologia nel determinare i comportamenti? Basta guardarsi attorno!


Giovanna D'Amico