SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Senza casa e senza paese. Profughi euro pei nel secondo dopoguerra,

Silvia Salvatici

Bologna, il Mulino, 349 pp., euro 25,00 2008

La seconda guerra mondiale lascia in eredità alla Germania oltre sette milioni di displaced persons, termine che qualifica un nuovo soggetto collettivo, ovvero tutti quei civili che si trovano fuori dai confini del proprio paese per motivi legati alla guerra. Si tratta di una definizione generica e riduttiva che, almeno inizialmente, non connota queste persone come refugees (profughi) e nemmeno come apolidi. Solo apparentemente una massa indistinta di «sradicati», dal punto di vista nazionale i displaced provengono in gran parte dall’ euro pa orientale (lettoni, estoni, lituani, russi, ucraini, polacchi) con situazioni di partenza molto diverse. Tra loro vi sono deportati politici, operai costretti a lavorare per l’economia di guerra del Reich, persone in fuga a causa del progressivo spostamento del fronte bellico. Civili che hanno in comune l’appartenenza a nazioni avversarie del nazismo - al netto ovviamente dei collaborazionisti - e che sono a carico delle autorità militari alleate e delle organizzazioni umanitarie delle Nazioni Unite: dapprima l’United Nations Relief and Rehabilitation Administration (Unrra) e poi, dal 1947 al 1951, l’International Refugee Organization (Iro). Nella gestione politica della vicenda - che s’intreccia con gli equilibri geopolitici della guerra fredda - è adottato in maniera rigida il principio di nazionalità, anche se nel caso degli ebrei, il cui numero di fatto aumenta nei mesi successivi alla guerra a causa dei pogrom in atto nell’ euro pa orientale, tale criterio inizialmente viene scartato per non favorire la loro migrazione verso la Palestina ancora sotto mandato britannico.Frutto di una ricerca che si è avvalsa di fonti archivistiche di diversi paesi, il volume ricostruisce in maniera analitica e problematica anche la vita all’interno delle strutture di accoglienza - sono poco più di 400 nel 1948 e ancora 200 due anni dopo - e «il popolo dei campi» con le sue presenze solidali e ingombranti e le reti di relazioni che si creano tra persone che vivono una condizione comunque provvisoria e aperta in genere a due opzioni: nella maggior parte dei casi il ritorno nel paese di origine (a cui spesso però non corrisponde più uno Stato) oppure il resettlement verso una patria di elezione (Gran Bretagna, Belgio, Francia, Stati Uniti, Canada, Australia e Israele), un’aspirazione coronata tra il 1947 e il 1951 da almeno 700.000 displaced, anche se la loro migrazione - tranne quella verso la Palestina dopo il 1948 - si configura all’interno di convenzioni internazionali che li qualifica come forza lavoro nei paesi ospiti.Il tema affrontato è di estremo interesse, se solo si pensa al rilievo che il fenomeno dei profughi assume negli odierni conflitti. Questo libro, che appartiene ad una rinnovata stagione di studi - recentemente l’a. ha curato con Guido Crainz e Raoul Pupo anche il volume Naufraghi della pace -, oltre che essere convincente sotto il profilo interpretativo, è prezioso in quanto restituisce il dramma di tante esistenze spezzate dalla guerra: civili costretti a reinventarsi uno spazio e un futuro portando con sé le memorie divise dell’ euro pa.


Daniele Ceschin