SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Terra soffice uva nera. Vitivicoltori piemontesi in California prima e dopo il Proibizionismo,

Simone Cinotto

Torino, Otto, 193 pp., euro 35,00 2008

Il volume di Simone Cinotto, apprezzato autore di studi sul rapporto fra cibo e etnicità, ricostruisce la storia degli immigrati piemontesi che dagli ultimi decenni dell’800 si affermarono nel mondo della viticultura in California. L’a. inizia la sua analisi prendendo in esame uno dei personaggi del noto volume di Cesare Pavese La luna e i falò, un piemontese emigrato che afferma di trovarsi nelle colline californiane come «a casa». Tale affermazione sostiene ciò che l’a. definisce «mito pavesiano», secondo il quale il successo dei piemontesi in California risiederebbe nel fatto che questi avrebbero trovato nello Stato statunitense un luogo affine a quello lasciato in patria dove poter esportare le competenze tecniche nel settore vinicolo già acquisite. L’a. prende in esame tre compagnie vinicole di successo dirette da piemontesi - l’Italian Swiss Colony, la E&J. Gallo Winery e l’Italian Vineyard Company - e si pone come obiettivo di decostruire tale «mito». Attraverso una rigorosa analisi storica, egli dimostra come gli immigrati oltre oceano fossero privi di ingenti capitali da investire, così come di particolari competenze tecniche nel settore. Alla base del loro successo vi furono pertanto altri fattori, in particolare l’utilizzo del proprio «capitale sociale», cioè l’instaurazione di relazioni solidali di clan che gli imprenditori piemontesi svilupparono con altri lavoratori corregionali. Tale rapporto si definì intorno a un’identità «piemontese» che fu utilizzata dagli stessi imprenditori per il reclutamento di manodopera a basso costo funzionale ai propri interessi. In cambio della rinuncia a rivendicazioni sindacali e all’accettazione di salari ridotti, ai piemontesi venne permesso di lavorare in aziende a forte connotazione etnica da cui vennero esclusi messicani e asiatici. Attraverso l’etica del lavoro e l’esclusione dei «non bianchi» ci si adoperò per la costruzione dell’immagine di una comunità etnica «modello» che venisse accettata nella società «bianca» statunitense. Tale processo si definì anche con l’erezione di una barriera che gli stessi piemontesi posero fra sé e gli immigrati dell’Italia meridionale, etichettati dalla società anglo-sassone come «meno» bianchi e «meno» accettabili rispetto ai settentrionali. Il basso costo della manodopera e l’assenza di rivendicazione sociale - uniti a una certa capacità nello sviluppare i principi della tecnologia e dell’innovazione capitalistica statunitense - spiegherebbero il successo dei viticoltori piemontesi in California.Basato su una vasta letteratura e numerose interviste ad addetti del settore, il volume convince nella sua narrazione e argomentazione storica. Avrebbe forse giovato una sezione che ricostruisse gli attuali rapporti economico-culturali fra l’amministrazione regionale piemontese e i suoi «oriundi» negli Stati Uniti. Iniziata già dagli anni ’70 del ’900, tale riscoperta d’identità regionali, incentivata dalle stesse Regioni, è stata trascurata dai ricercatori. Studi nel settore direbbero, invece, molto sui rapporti post-bellici fra l’Italia e la sua «diaspora».


Matteo Pretelli