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Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Stalin a Venezia. L’Urss alla mostra del cinema fra diplomazia culturale e scontro ideologico (1932-1953)

Stefano Pisu

Soveria Mannelli, Rubbettino, 286 pp., € 16,00 2013

Italia e Unione Sovietica hanno attraversato gran parte del XX secolo da nemici, ideologici e militari. La condizione di scontro non ha mai reciso del tutto i contatti culturali, ma li ha spesso assoggettati a una diplomazia culturale il cui obiettivo era vincere il confronto fra sistemi in campo ideologico, oltre che economico e militare. Per il suo immediato appello popolare, il cinema è stato uno dei fulcri attorno al quale si è sviluppata questa complessa trama di scontri e confronti. La ricerca di Pisu ne ricostruisce uno dei momenti centrali. Nell’arco di due decenni, per cinque volte film sovietici furono presentati alla Mostra del cinema di Venezia, e le ragioni della partecipazione, e delle rinunce, offrono un contributo importante alla comprensione della diplomazia culturale sovietica e delle asimmetrie fra i due totalitarismi. Le critiche della stampa italiana ai film sovietici presentati alle edizioni del 1932 e del 1934 espressero soprattutto la delusione per «la chiusura in Urss della grande stagione dell’avanguardia e di un suo conformarsi agli standard americani» (p. 71). In Urss, nonostante la formazione nel 1933 del Gukf, «una sorta di ministero» per il cinema (p. 35), le decisioni finali sulla produzione dei film e sul loro invio all’estero spettarono sempre al Politbjuro, restio ad accettare un confronto che non sancisse la superiorità culturale sovietica. L’assegnazione all’Urss nel 1934 del premio «per la migliore produzione statale» (p. 80) non fu ritenuta soddisfacente, e nel 1935 l’Urss organizzò un proprio festival cinematografico, con risultati scadenti, tanto che l’esperienza fu ripetuta solo nel 1959. Dopo l’interruzione di un decennio, la presenza sovietica riprese nel dopoguerra. L’invio alla Mostra del 1946 del film di Čiaureli Kljatva (Il giuramento), manifesto dello stalinismo nella sua «esaltazione tout court di Stalin e del suo rapporto simbiotico con il popolo sovietico» (p. 147), precedette l’inizio della guerra fredda. Altri film non raggiunsero questi livelli di ideologizzazione, ma il loro scarso valore artistico giustifica il giudizio di Pisu, che parla di «rottura fra pubblico italiano, anche politicizzato, e cinema sovietico staliniano» (p. 166). Poco contava: per i sovietici la Mostra era soprattutto un momento di competizione fra sistemi, e la premiazione di Kljatva e di altre pellicole era «fatto dal significato politico» (p. 186). Se era impossibile «esercitare alcun tipo di influenza sulla formazione della giuria», la spiegazione era pronta: «Cannes e Venezia erano al servizio di americani, inglesi e altri operatori cinematografici reazionari» (pp. 191-192). La ricerca di Pisu indulge a volte nel dettaglio, ma è sostenuta da una documentazione originale proveniente dagli archivi russi e da giudizi equilibrati su protagonisti e vicende. Ci si auspica che essa possa essere estesa agli anni successivi, quando fra politica e cultura si ristabilì un equilibrio più favorevole alla creazione artistica.


Fabio Bettanin