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Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Un antifascista di provincia. Storia di Fernando Perencin (1910-1941),

Stefano Ballarin

Treviso, Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea d 2008

L’a. è un poliziotto che ripercorre a ritroso, come in un itinerario di iniziazione democratica, la storia di un sistema repressivo che passa per le vie amministrative. La storia è quella di Ferdinando Perencin, un operaio di San Vendemiano (Treviso) paese da cui i giovani emigrano verso le aree forti del triangolo industriale. Alle reti migratorie si sovrappongono talvolta le reti delle relazioni politiche che nel ventennio fascista veicolano l’opposizione clandestina. Gli aspetti di storia sociale si intrecciano quindi con la storia politica. Perencin è scoperto come oppositore comunista nel 1931 e condannato dal Tribunale speciale; nel 1932 un’amnistia lo rimanda a casa, ma nel 1936 incappa in una retata causata da attività antifasciste in provincia di Treviso e, sebbene non fosse provata la sua responsabilità, viene inviato al confino, un calvario reso ancora più tragico dal cattivo stato di salute e che si conclude con la morte nel 1941 a 31 anni. La storia di un perseguitato, dunque, che rientrerebbe nei canoni della narrazione condivisa dalla tradizione antifascista. È la linea a cui l’a. aderisce, se non ché il suo scrupolo nella raccolta e nell’uso delle fonti ci offre un altro livello di lettura di storia sociale dell’antifascismo. Entra in gioco infatti la famiglia del perseguitato che svolge un ruolo importante, diremmo di normalizzazione: nella prima fase carceraria tenta la carta della domanda di grazia forse all’insaputa, sicuramente contro la volontà, dell’interessato, che rifiuta. Il meccanismo repressivo o di controllo così si arricchisce di un altro elemento, nel tentativo di normalizzare il comportamento dell’oppositore. La tutela della famiglia, che disapprova il comportamento politico e soprattutto le idee religiose di Ferdinando, si farà sentire ancora in occasione del ritorno a casa dopo l’amnistia e poi nell’ultima fase del confino. E così la tragica spirale che porta un reietto all’esclusione e alla disoccupazione si conclude con il sospetto di attività avversa al regime nel momento in cui la scoperta di alcuni manifesti antifascisti allertano la polizia, che rivolge le proprie indagini in direzione delle vecchie conoscenze. La colpa è quella dichiarata di non aver voluto in passato aderire alla domanda di grazia presentata dalla famiglia, e anche quella di lamentare l’esclusione dalle reti clientelari che offrono opportunità di lavoro e provvidenze anti crisi ai disoccupati locali. È qui che viene in evidenza lo scarto tra una storia sociale dell’antifascismo e la sua tradizione narrativa, che ha incasellato questo genere di storie in una apologetica che alla fine ricompone il rapporto tra il condannato disobbediente e la famiglia. È stata infatti la famiglia a conservare le lettere e molte altre testimonianze che hanno reso possibile la ricostruzione della vicenda, ivi compresa la testimonianza di una contraddizione che pone il perseguitato in uno stato angoscioso di isolamento morale davanti al conformistico e consolatorio abbraccio della piccola società d’origine.


Rosario Mangiameli