SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Fascismo antislavo. Il tentativo di «bonifica etnica» al confine nord-orientale

Stefano Bartolini

Pistoia, Istituto storico della Resistenza e della società contemporanea nella p 2006

Il silenzio che la colpevole storiografia italiana ha calato su esodo e foibe non è stato invocato per le persecuzioni del fascismo nei confronti delle minoranze croata e slovena nella Venezia Giulia. Di fascismo in Italia si è scritto e letto molto e pubblicazioni non mancano anche sul «fascismo di frontiera». Gli scritti di Salvemini sulle minoranze, risalenti agli anni Trenta, hanno poi avuto ampia diffusione e negli anni Sessanta i libri di Pacor e Apih sono stati pubblicati da editori nazionali come Feltrinelli e Laterza. Tuttavia, i contributi in italiano di C?ermelj, Kacin- Wohinz, Parovel e Vinci, il volume L'Istria tra le due guerre (Roma, Ediesse, 1985) e le numerose pubblicazioni degli Istituti della Resistenza di Udine e Trieste sono rimasti ai margini di una consapevolezza storiografica a livello nazionale. Il tema, proprio come per esodo e foibe, non ha avuto un suo spazio nella manualistica contemporanea, venendo letto e spiegato come fenomeno minore all'interno della più generale politica fascista, mentre maggiore risonanza ha avuto la politica imperialista italiana nei Balcani. Partendo dagli spunti di Collotti sul «razzismo antislavo» e lavorando su una bibliografia già esistente (ma appunto poco nota e digerita in ambito nazionale), il lavoro di Stefano Bartolini intende proprio mettere in relazione l'antislavismo («parte integrante della generale ideologia fascista», p. 10) e l'italianizzazione forzata (seppure fallita) di sloveni e croati in Venezia Giulia, con le mire balcaniche del nazionalismo italiano e, al tempo stesso, con il razzismo italiano nei confronti di africani ed ebrei. Oltre a ricapitolare e rendere chiari i passaggi della chiusura di ogni segno o presenza pubblica delle minoranze slovena e croata, il pregio del testo di Bartolini è di affrontare questioni quali la continuità sul lungo periodo del razzismo fascista e del trattamento persecutorio delle minoranze all'interno dello Stato (a partire dal 1918), e soprattutto l'apparente contraddizione nell'atteggiamento nei confronti di sloveni e croati tra assimilazione e rifiuto razzistico. Secondo Bartolini, la «bonifica etnica» viene «declinata alle volte nel senso di un'integrazione, una purificazione che libera il terreno dagli slavi trasformandoli in italiani, ma altre volte è un'espulsione, un programma di colonizzazione italiana che espelle gli allogeni» (p. 40). A cavallo degli anni Trenta maturano, infatti, progetti di espropri terrieri e colonizzazione in favore di elementi di «chiara razza italiana» (p. 123).La scelta di una colonizzazione lenta e attraverso «cellule di bonifica nazionale, sparse in tutta la superficie della zona abitata da allogeni» (p. 124) [corsivi miei], invece di espropri rapidi e per fasce compatte, e soprattutto la sproporzione «fra i mezzi a disposizione e i grandi progetti fascisti» (p. 124), ostacolano il successo del progetto, anche se un'accelerazione rapida della politica antislava si ha con la politica di espansione in Adriatico orientale, in una sovrapposizione crescente in Venezia Giulia tra «antislavismo e antisemitismo» (p. 125).


Vanni D'Alessio