SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Pietre e fucili. La protesta sociale nelle campagne croate di fine Ottocento

Stefano Petrungaro

Roma, Viella, 309 pp., euro 30,00 2009

Nel 1897 l’ex confine militare asburgico in Croazia-Slavonia fu teatro di disordini rurali. Voci secondo le quali la bandiera ungherese (siamo nella Transleitania dominata da Budapest) stava per essere issata su chiese e municipi provocarono l’assalto agli edifici pubblici, per impadronirsene e difenderli dai «magiaroni» (i filo-ungheresi). La paura di vedere la bandiera sventolare sui campanili rivelava il malessere per le politiche fiscali e la magiarizzazione linguistica di una popolazione cui erano stati sottratti gli «antichi diritti» dei confinari nel processo di trasformazione del rapporto tra Stato e cittadini. Durante i disordini ci furono vittime; al processo che ne seguì e che si concluse con alcune condanne a morte, gli avvocati difensori erano i politici dei nuovi partiti che partecipavano alle elezioni parlamentari di quell’anno. Equiparazione giuridica al resto della popolazione rurale, tassazione, democratizzazione solo parziale della rappresentanza politica (la popolazione rurale della Croazia-Slavonia era in maggioranza esclusa dal diritto di voto) precipitarono negli episodi di protesta.Petrungaro incrocia i discorsi utilizzati dagli attori sugli eventi di cui erano protagonisti, e descrive comunità in cui le figure liminari tra mondo rurale e urbano, tra analfabeti e società istruita erano i primi sospettati di simpatie ungheresi e governative: preti (cattolici e ortodossi), maestri, osti (a volte ebrei). I fatti del 1897 sono visti da ottiche diverse per dipingere una «situazione storica» sincronica, il periodo di transizione verso la nazionalizzazione e la politicizzazione degli strati popolari rurali. L’a. guarda gli eventi dal punto di vista degli ex confinari, mettendo in evidenza il ruolo attivo di questi ultimi («uomini e donne dei ceti popolari erano radicalmente coinvolti in un processo di auto-ripensamento», p. 271), anche se forse qualche informazione in più sulla congiuntura economica nelle campagne, sulla fiscalità e sulla legge elettorale in Transleitania avrebbe giovato, per lo meno al lettore non specialista. Dopo che si è esplorato il senso di simboli (bandiere) e forme «tradizionali» della violenza cui vengono attribuiti contenuti nuovi (incendi), nonché del ruolo della «memoria confinaria» nelle aspettative e nei comportamenti, si arriva al capitolo finale che riprende diacronicamente il ragionamento. Qui è esplicitato anche il bersaglio polemico. Secondo l’a., le analisi che mettono al centro le categorie (siano esse nazionali - serbi/croati in questo caso - o sociali - gli sfuggenti «contadini») deformano credendo di mettere a fuoco e fanno perdere oscillazioni e ambiguità identitarie, politiche e culturali. A questo Petrungaro contrappone, praticandola, una storia sociale programmaticamente «anticategoriale»; una sorta di microstoria light di grande fascino narrativo. È un approccio che mette al centro gli attori e i loro linguaggi, che spesso si incrociano senza toccarsi, come quello degli avvocati-politici imbevuti di criminologia scientifica tardo-ottocentesca che difendono chi si era ribellato al grido carnevalesco di «Magiarone, come sei ciccione!».


Niccolò Pianciola