SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Politics of the Sword. Dueling, Honor and Masculinity in Modern Italy

Steven C. Hughes

Columbus, The Ohio State University Press, XV-360 pp., $ 64,95 2007

Nel 1902 il ministro degli Esteri italiano Prinetti combattè in duello contro l'autorevole parlamentare Franchetti. Negli anni precedenti già avevano difeso il proprio onore a colpi di spada, fra i tanti, Minghetti, Rattazzi, Pareto, Croce. Il duello, tuttavia, era un vero e proprio reato per la legge. Il paradosso è notevole, e in questo volume diventa un ottimo spunto per l'analisi storiografica di importanti dinamiche normative e codici culturali delle élites italiane durante l'800 e buona parte del secolo successivo. Mettere analiticamente a frutto i paradossi è una classica impresa della migliore storia culturale, cui è senz'altro da ascrivere questo libro, che illumina vasti territori interpretativi ai confini fra storia politica, sociale, di genere, del diritto. Con notevoli risultati: è infatti sorprendente la rete di temi e questioni che l'a. riesce a costruire a partire dal filo apparentemente marginale della storia del duello (come altri studi hanno già fatto per Francia, Germania, Irlanda, Belgio, Portogallo, America latina), basandosi su fonti a stampa come trattati e manuali, saggistica e opuscoli vari, articoli di giornali e riviste, atti parlamentari, opere letterarie e testi teatrali. I capitoli del libro spaziano dunque felicemente fra i piani del nazionalismo, dei meccanismi retorici di inclusione ed esclusione sociale, dei sistemi normativi (codificati o meno), oltre che - naturalmente - delle dinamiche della onorabilità maschile fra pubblico e privato.Prestigio personale e nazionale furono gli obiettivi paralleli di un'etica da gentiluomini destinata a puntellare, grazie a virtù marziali e dunque virili, l'incerto profilo identitario di ceti superiori candidati o impegnati a guidare l'Italia, e dell'Italia stessa. Quella che Hughes definisce «comunità cavalleresca» inventò, nel corso del Risorgimento e fin dentro gli anni '30 del '900, una tradizione: il duello infatti era quasi scomparso nel '700 (con l'eccezione del Piemonte), ma risorgeva nella prima metà dell'800. Il «revival cavalleresco» servì quindi a formare un codice culturale che unificava le élites di ceti e regioni diverse, a istituzionalizzare la loro conflittualità interna entro un ordine normativo speciale, a «battezzare col sangue» i giovani rampolli della buona società (difficilmente un duello aveva conseguenze mortali, grazie appunto alla sua logica cavalleresca).Dopo una notevole recrudescenza nel primo dopoguerra, il duello conobbe il suo declino finale durante il regime fascista, che lo inquadrò sempre più come espressione di deteriore individualismo man mano che veniva costruendo il proprio progetto totalitario, e infine lo spense ingabbiandolo in complicate dinamiche burocratiche. Ma all'estinzione del duello concorsero, sottolinea l'a., anche altri e ben più ampi mutamenti: la fine del pluralismo politico e della libertà di stampa, innanzitutto, due condizioni che ne avevano grandemente favorito, nel quarantennio postunitario, la fioritura come onorevole sistema semilegale di risoluzione delle controversie personali (ma non tanto) presso le élites.


Sandro Bellassai