SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Fra politiche di violenza e aspirazioni di giustizia. La popolazione civile vittima delle stragi di Monchio e Tavolicci (1943-1945)

Toni Rovatti

Roma, Carocci, 224 pp., euro 23,10 2009

Questo di Toni Rovatti è uno studio particolareggiato e approfondito di due episodi di stragi di civili, che colpirono i villaggi di Monchio, sull’Appennino modenese il 18 marzo del 1944, e Tavolicci, nell’Appennino romagnolo il 22 luglio 1944. La ricostruzione prende in considerazione un insieme di elementi che aiutano a comprendere gli aspetti essenziali delle due comunità, dei legami che le attraversano, delle immense difficoltà legate ai delicati equilibri delle condizioni di vita, che peggiorano ulteriormente man mano che il fronte si avvicina. In base ad una condivisa «prospettiva di estraneità alla guerra» (p. 56), la guerra sorprende le comunità di Monchio e Tavolicci, per certi versi aprendo contraddizioni e fratture, per altri rafforzandone i legami tradizionali. Gli equilibri sono messi in crisi dall’interazione con gli altri soggetti attivi sul territorio: gli organi di governo della Rsi, frustrati dal debole riconoscimento della propria autorità e sempre più propensi all’uso di politiche repressive, fondate sulla crescente percezione di pericolosità delle popolazioni; l’azione delle varie formazioni partigiane, caratterizzate da legami più o meno forti con la comunità e che adottano diverse strategie, ora aggressive ora attendiste; infine le truppe tedesche, i cui metodi di lotta antipartigiana, improntati alle esigenze di controllo del territorio e declinati in funzione della cultura di guerra dominante nelle singole unità, colpiscono con durezza le popolazioni. Considerando l’oggetto della ricerca e la prospettiva interpretativa che è stata adottata, il lavoro può essere incluso a pieno titolo nel filone storiografico della guerra ai civili. Tuttavia vi si ritrova un’ulteriore proposta di ragionamento, che focalizza l’attenzione sulle riflessioni che si sviluppano tra i dirigenti partigiani, in merito al rapporto tra combattenti e popolazioni. Le enormi conseguenze delle stragi sulla vita delle comunità segnano una frattura nelle relazioni tra civili e partigiani, ma anche l’avvio di una fase nuova, nella quale il movimento partigiano prova a dare risposte «ad una domanda sociale di governo» (p. 136). Dopo l’ondata di violenza del marzo ’44, nella zona liberata della Repubblica di Montefiorino, nell’Appennino modenese, vengono create le prime embrionali forme di gestione istituzionale della legalità. Ma è nell’area romagnola che è più evidente il legame tra la violenza subita e politiche di giustizia: qui le formazioni partigiane assumono, di fronte alla popolazione, «un impegno di responsabilità pubblica, quasi istituzionale, che si esprime in una embrionale attività inquirente ed assistenziale» (p. 138). In questi primi tentativi di rispondere alle istanze di giustizia, è possibile individuare quegli elementi costitutivi della fase di «giustizia speciale attiva in Italia nei primi due anni del dopoguerra» (p. 138), le cui risultanze consentono oggi la ripresa dei procedimenti giudiziari relativi alle stragi.


Andrea De Santo