SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Tra politica e antipolitica. La nuova «società civile» e il movimento della Rete (1985-1994)

Daniela Saresella

Milano, Le Monnier, 202 pp., € 16,00

La «Rete» fu senza alcun dubbio una delle esperienze più curiose del panorama politico nella fase finale della Prima Repubblica. Non solo perché costituì la prima scissione all’interno della Democrazia cristiana ma anche perché si organizzò sul modello di movimento, in grado di unire figure e personalità diverse, e di superare le divisioni ideologiche stratificatesi in Italia con la guerra fredda. Nel gruppo dirigente trovarono, infatti, posto esponenti democristiani come il sindaco di Palermo Leoluca Orlando, dirigenti comunisti come l’ex sindaco di Torino Diego Novelli, esponenti della società civile come Nando dalla Chiesa, più alcuni magistrati. E in fondo post ideologico era anche l’identikit del movimento, nato sulla spinta della primavera palermitana, la sua pressoché unica issue consisteva nella «lotta alla Mafia», poi estesa alla battaglia contro la corruzione in nome della «questione morale». Su questo versante, che poi sarebbe stato definito «giustizialista» la Rete può ben dirsi un’anticipazione di movimenti che si sarebbero diffusi negli anni successivi, dall’Italia dei valori di Di Pietro agli stessi 5 stelle, mentre nella figura di sindaco e di leader politico di Orlando non è difficile trovare ampie tracce di quel «populismo» che poi avrebbe calcato la scena. È quindi molto importante che Daniela Saresella abbia dedicato alla «Rete» una monografia pressoché esaustiva, ampiamente documentata. Un racconto che comincia appunto nella Palermo della metà degli anni ’80 e arriva alle elezioni del 1994, quando la Rete entrò a far parte della coalizione dei Progressisti, passando per la fondazione del Movimento nel gennaio del 1991 e per le elezioni del 1992. Certo, non fu un grande exploit elettorale, visto che la Rete non toccò mai il 2 per cento, e probabilmente fu fenomeno limitato a una parte del ceto politico, a quello giornalistico e a quello dell’associazionismo cattolico. Per questo l’a. ha perfettamente ragione a ritenere che non si sia trattata di una vera e propria scissione nella Dc: troppo scarsi i consensi elettorali, troppo pochi i quadri provenienti dallo Scudo Crociato. Inoltre, come mostra bene la studiosa, una certa Milano laica e di sinistra fu altrettanto, se non più importante, della Palermo orlandiana. L’a. conclude citando alcuni esponenti della Rete, convinti che essa avrebbe anticipato nientemeno che il Partito democratico. Ma non è solo perché alcuni suoi dirigenti finirono per approdare pure in Forza Italia, che la tesi non appare convincente. Del resto, non sembra neppure seguirla la stessa a., che infatti fin dal titolo mostra come nella Rete fossero fin dall’inizio assai evidenti ampie matrici «antipolitiche». Su questo terreno però, che era già stato dissodato con successo dalle Leghe nel Nord, fu piuttosto ovvio che la Rete non potesse ritagliarsi sufficiente spazio. Non a caso, buona parte del gruppo dirigente di quel movimento dopo il 1994, è uscito dalla scena politica.


Marco Gervasoni