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Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Tradizione Mito Storia. La cultura politica della destra radicale e i suoi teorici

Francesco Germinario

Roma, Carocci, 214 pp., € 18,00 2014

In questo volume, Francesco Germinario definisce la categoria della destra radicale puntualizzando in maniera convincente il rapporto fra la destra radicale e la cultura politica e soprattutto giungendo a interessanti conclusioni in merito al passaggio tra la fase del pensiero e quella dell’attivismo politico. E proprio su quest’ultima questione i tre personaggi che l’a. utilizza come filo conduttore (Julius Evola, Franco Freda e Giorgio Locchi) hanno dato interpretazioni non sempre collimanti. Tuttavia, se il primo ha una sua base consequenziale di pensiero, non altrettanto si può dire degli altri due, i quali tentano di rendere attuale il pensiero di Evola, «passando all’azione», cosa sulla quale Evola fu sempre molto dubbioso. In questa breve nota ci si concentrerà su Evola, anche se la trattazione degli altri due riferimenti sarebbe tutt’altro che inutile, viste le originalità interpretative che Germinario introduce. Il tema centrale del volume è il rapporto tra storia e tradizione: un rapporto complesso, vissuto dalla destra radicale come un vero e proprio conflitto. Se la storia è divenire, un divenire che coinvolge non solo i comportamenti ma anche, e soprattutto, i valori, la tradizione è radicamento ai valori di sempre. Pertanto, se è la storia ad avere sconfitto nel 1945 nazionalsocialismo e fascismo, meglio affidarsi a una visione metastorica che è quella rappresentata dalla tradizione; ne deriva una lettura del processo storico abbastanza unilaterale secondo il quale l’adesione ai valori della tradizione dovrebbe preservare l’uomo dalle incertezze del divenire, del futuro e, soprattutto, del progresso. Si tratta evidentemente di una tradizione metastorica e atemporale che diventa difficile da gestire ogni qualvolta si deve parlare di politica. A tale proposito, nel volume si mette in evidenza il ruolo, tutt’altro che marginale, svolto da Evola nel neofascismo e in particolare nel Msi attraverso gli Orientamenti, il manifesto dei «figli del Sole», la componente metafisica e tradizionalista che faceva capo a Rauti e a Erra. In questa chiave di lettura diventa chiaro il motivo della dura e rancorosa opposizione al pensiero di Giovanni Gentile, che mira a delegittimare il filosofo di Castelvetrano, il suo attualismo, il suo umanesimo del lavoro, le prospettive di Genesi e struttura della società in quanto lontani, qualche volta opposti, al pensiero tradizionale di destra. Insomma, per Evola Gentile sarebbe niente di più che un progressista camuffato con pericolose contiguità con il comunismo, un pensatore mediocre che contesta il Medioevo e che considera il fascismo come l’inveramento di quel Risorgimento che è bollato dal filosofo romano come uno dei momenti più ambigui della storia italiana. Alla base di tale opposizione vi è un punto fondamentale: l’opposizione di Evola al concetto di nazione, frutto dei «deleteri» principi dell’89. Per un partito, come il Msi, che aveva fondato sulla nazione e sul nazionalismo le proprie fortune, si trattò di una contraddizione di non poco momento.


Giuseppe Parlato