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Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Tredici giorni all’Armageddon. Ottobre 1962: la crisi di Cuba e il confronto militare fra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica

Michele Cosentino

In Edibus, 244 pp., € 20,00 2015

Il libro è apparso subito dopo l’inizio del disgelo tra Usa e Cuba che ha posto fine a una lunga ostilità, che ebbe proprio nella crisi dei missili del 1962 il suo momento più pericoloso. È perciò importante che del tema si occupino nuovi libri in italiano. Questo, però, risulta purtroppo da sconsigliare. A scriverlo è un contrammiraglio della marina militare italiana, laureato in Ingegneria navale. Tale formazione spiega perché il suo saggio risulti sprovvisto di metodologia storica: niente note a sostanziare le affermazioni con fonti; nessuna ricerca d’archivio (al più, qualche raccolta edita di documenti); bibliografia secondaria non aggiornata; totale assenza di raffronti con l’ampia letteratura esistente. Né si può considerarlo un testo divulgativo, giacché troppo dettagliato (specie sui fatti di novembre) e soprattutto troppo confuso e confondente per esserlo. Tante, infatti, sono le affermazioni errate e le autocontraddizioni dell’autore, espresse per giunta in un italiano incerto. Qualche esempio: Kenny O’Donnell non è «un immaginario funzionario della Casa Bianca interpretato da Kevin Costner» nel film Thirteen Days (p. 12), ma un assistente di John Fitzgerald Kennedy realmente esistito (tanto da scrivere un libro su di lui, dopo Dallas). Chruščëv non diventa segretario del Pcus nell’aprile 1958, ma già nel 1953. Che nel gennaio 1959 Dulles non abbia notato in Castro «particolari attitudini per il comunismo, né che agisse per conto dell’Unione Sovietica» non fu, come scrive l’a., «il primo di una serie di errori di valutazione» (p. 25), perché allora era così: Castro non era ancora comunista. Il primo incontro tra Bob Kennedy e Dobrynin durante la crisi non è quello del 26, ma del 23 ottobre. Chruščëv non scrive a Russell per ammonire gli Usa ma anzi per far filtrare cautela e proporre un summit. Egli decide di mandare missili a Cuba non a febbraio, ma a maggio e il trattato viene stipulato a fine agosto con Guevara, non a febbraio con Raul Castro. Bolšakov non era stato latore solo di disinformazioni e Feliksov (non Feklisov) agì per conto proprio, non di Dobrynin. I Jupiter in Italia non erano pronti al lancio in 15 minuti solo durante la DefCon-2, ma sempre. Non è vero che Kennedy seppe dei missili a Cuba già a luglio. Quanto alle contraddizioni: a p. 23 leggiamo che «secondo le fonti più attendibili [?], nel 1961 l’Unione Sovietica aveva […] circa 70 ordigni» intercontinentali Icbm. A p. 26, si dice invece che l’Urss non poteva «minacciare in modo significativo il territorio della superpotenza antagonista con ordigni lanciati da quello sovietico». A p. 39, gli Icbm ricompaiono, ma sono 30. A livello interpretativo, il libro sostiene l’importanza di intelligence e forza navale anche nell’era nucleare, tacendo però del pericoloso oltranzismo del Pentagono e dello scontro con il presidente Kennedy. Il tutto permeato da un manicheismo implicito che legittima le mosse Usa, mentre ascrive ai sovietici il ruolo dei cattivi, con Chruščëv presentato come una sorta di Mao. Si salva il nutrito apparato fotografico.


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