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Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Ufficiale e gentiluomo. Virtù civili e valori militari in Italia, 1896-1918

Lorenzo Benadusi

Milano, Feltrinelli, 397 pp., € 20,00 2015

L’obiettivo del libro è chiaro quanto ambizioso: «È proprio la commistione profonda tra sfera militare e società civile il tema centrale di questa ricerca che» – si legge infatti nell’introduzione (p. 12) – «nell’identikit dell’ufficiale intende fissare il carattere, la men- talità, i valori e gli orientamenti politici di un settore sociale determinante per interpretare la storia italiana del secolo scorso». Si tratta dunque d’investigare non solo l’ufficialità italiana, ma il suo rapporto col mondo in borghese, cercando di «comprendere quanto il modo di fare e di pensare degli ufficiali fosse legato a un’immagine di sé e del proprio ruolo fortemente influenzata dal giudizio espresso su di loro dalla società, e allo stesso tempo quanto la loro esperienza individuale fosse determinata dal contesto nel quale agivano, per cogliere il peso esercitato dalla cultura borghese e militare sulla loro identità individuale e collettiva» (p. 22). Per riuscire in quest’impresa non facile l’a. usa una pluralità di fonti (memorie, lette- ratura, precettistica, stampa). Ne viene così fuori un volume interessante e coraggioso nel mettere in discussione il topos della contrapposizione tra esercito e nazione, ma anche ben scritto e aggiornato bibliograficamente, che parte dal «complesso di Adua» di fine ’800 e segue questi uomini attraverso la campagna libica sino alla smobilitazione del 1918. Eppure si tratta di un libro non privo di qualche aspetto problematico. Per esempio nel sottovalutare le fratture interne al corpo ufficiali che, a dispetto di un iniziale caveat (pp. 55-58), è presentato spesso come un insieme sostanzialmente omogeneo fino a con- fondere a volte ufficiali di mestiere e di complemento. Oppure nel sottovalutare il baratro che separa ufficiali e truppa, alludendo fra l’altro al tentativo di fondare lo spirito di corpo sul coinvolgimento emozionale più che sull’intransigenza repressiva. Se ciò accade è tuttavia anche perché il libro, che pure porta più d’un elemento a sostegno della tesi che vuole gli ufficiali essere «Civili in divisa» (p. 12), pare fondarsi su almeno un paio di postulati interpretativi che stenta però a trasformare in dimostrazioni del tutto convincenti. Difficile per esempio affermare – anche alla luce di alcune delle citazioni proposte – che «la priorità pedagogica dei militari non era la battaglia contro i socialisti, bensì […] infondere […] il patriottismo» (p. 47), a meno di non voler conside- rare gli scritti di alcuni ufficiali più indicativi di una sensibilità diffusa attestata da diverse altre fonti. E lo stesso vale per l’antiparlamentarismo, un sentimento sì «comune all’intera classe dirigente» (p. 48), ma che più studi hanno mostrato portare i vertici militari d’ini- zio ’900 alla marginalizzazione politica e all’autoghettizzazione, effetti che l’a. assume su- perati dalla «importante svolta nella cultura militare» (p. 49) di quegli anni, esemplificata da L’esercito nei tempi nuovi di Marazzi. Insomma, un libro senza dubbio da leggere, che ridà slancio a un tema classico della storia non solo militare, ma pure da discutere.


Marco Rovinello