SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Bombardare Roma. Gli Alleati e la «città aperta» (1940-1944)

Umberto Gentiloni Silveri, Maddalena Carli

Bologna, il Mulino, 290 pp., Euro 25,00 2007

Questa ricerca negli archivi britannici e americani fornisce una visuale «dall'alto» della storia dei bombardamenti su Roma durante la seconda guerra mondiale. I protagonisti sono vertici politici, alti comandi alleati e diplomatici. Come specificano gli aa., è una visuale che esclude il «basso»; la popolazione romana è presente in quanto va convinta, tramite volantini che precedono le bombe, ad abbandonare il fascismo, non come «vittima». Attraverso un'ottima scelta, traduzione e commento dei documenti, gli aa. non si limitano all'analisi delle discussioni strategiche e morali tra Alleati, governo italiano e Vaticano, ma avanzano interrogativi sul rapporto fra essi e la popolazione civile, un rapporto che si sarebbe poi costruito con la liberazione della città.A differenza delle altre città europee bombardate, Roma legava, «anche inconsapevolmente, il destino di una storia millenaria agli esiti di un conflitto» (p. 10), oltre a essere il centro della cristianità. Questo status speciale si tradusse, fino al luglio 1943 (quando Roma fu colpita per la prima volta), nella convinzione che la città fosse inviolabile, tanto che, contrariamente a quello che succedeva nelle altre capitali che durante la guerra si svuotavano, migliaia di persone dalle campagne circostanti si riversarono su Roma, sperando di trovarvi lavoro e rifugio.Nelle corrispondenze alleate e vaticane, i dubbi sul bombardamento di Roma sono intrecciati alla più ampia questione della dichiarazione, unilaterale da parte di Badoglio nell'agosto 1943, di Roma «città aperta», discussa a più riprese fino alla liberazione. Il nesso tra bombardamento e status speciale di Roma (che in seguito subì 51 incursioni con oltre 7.000 vittime) continuò a essere ribadito dalla diplomazia vaticana nel tentativo di garantirne l'immunità. I documenti chiariscono che per gli Alleati Roma era però prima di tutto la capitale di un paese filo-nazista. Se la questione della città aperta accompagnò la riflessione degli Alleati e causò tentennamenti, soprattutto da parte degli americani (preoccupati delle reazioni dei cattolici nel loro paese), la posizione rimase negativa: in guerra non ci sono mediazioni possibili. Il fatto che il papa fosse preoccupato dall'arrivo di truppe alleate «di colore», oltre allo scarso entusiasmo vaticano nei confronti della liberazione, confermava inoltre l'idea che egli fosse ancora dalla parte sbagliata. Fin dall'ingresso dell'Italia in guerra, la questione non fu mai se, ma quando fosse giustificato l'impegno dell'aviazione per un obiettivo che prima dell'invasione della Sicilia non presentava valenza militare ma simbolica (sede del governo fascista). Con l'invasione, Roma divenne uno dei principali nodi di smistamento ferroviario, avanzando quindi nella graduatoria degli obiettivi da colpire.Se la prospettiva della popolazione non è oggetto di questa ricerca, le possibili reazioni dei partigiani e dei fascisti romani discusse nelle corrispondenze alleate sono oggetto della riflessione degli aa., che mostrano come ogni bomba fosse un'occasione per addossare ogni responsabilità agli Alleati da un lato, ai tedeschi e ai fascisti dall'altro.


Claudia Baldoli