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Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Le esposizioni torinesi 1805-1911. Specchio del progresso e macchina del consenso

Umberto Levra, Rosanna Roccia (a cura di)

Torino, Città di Torino-Archivio storico, pp. XXXVI-378, euro 70,00 2003

Il Comitato scientifico dell'Archivio storico della Città di Torino ha progettato una serie di volumi; anche di questo sono curatori Levra, storico del Risorgimento (e non solo) e Roccia, a lungo direttrice dell'Archivio. La loro Introduzione fornisce un principale filo conduttore; altri emergono dai saggi raccolti, in una parte cronologica ed in una tematica, che sono molto analiticamente documentati. Quali gli antefatti settecenteschi in Europa delle esposizioni? Cavicchioli li ripercorre: l'inglese mirava al progresso tecnologico, agricolo e manifatturiero da parte dell'iniziativa privata; l'alternativa francese celebrava l'industria e lo Stato. Fin dal 1805 Torino riadattò il modello francese con un carattere misto; se le esposizioni dopo la Restaurazione servirono a strategia di promozione monarchica e del prestigio di Carlo Alberto, dal 1844 recuperarono l'intento di esibire lo sviluppo produttivo e del consumo. Macchina del consenso e specchio del progresso, dunque: le due chiavi di lettura della raccolta emergono soprattutto dal saggio di Bassignana. Il passaggio dall'exploit del decennio 1850 alla crisi del successivo è ripercorso da Bracco. Dell'esibizione del 1884, Aimone e Filippi sottolineano la ripresa e l'interesse tipico della cultura positivistica per le questioni sociali, l'igiene, l'assistenza pubblica, accanto al richiamo nostalgico per la tradizione. Più esplicitamente politica fu l'edizione del 1898 mostrata da Montaldo, con la contrapposizione (e il comune timore per i ?rossi?) fra i liberali intenti a celebrare i 50 anni di Statuto albertino, ed i cattolici in una parallela esposizione di fede e carità. Per le quasi simultanee esposizioni del 1911, a Torino, Firenze, Roma, bene Tobia mette l'accento sulla complessa progettazione, iniziata nel 1906 a Roma poi a Torino, e sul ruolo di sindaci significativi, rispettivamente Nathan e Frola. La tipicizzazione di allora, che l'autore riprende, tra l'esibizione torinese su industria e scienza e l'esibizione romana su arti ed etnografia, forse andrebbe ridiscussa: sul merito sia scientifico sia industriale doveva appunto esprimersi la giuria dell'esposizione d'igiene sociale, che con successo fu tenuta a Roma. Che cosa attraeva particolarmente i visitatori? Nel 1884 molti erano accorsi allo spettacolo di tre uomini, una donna e due bambini assabesi e musulmani. Attraverso questo caso, Abbattista acutamente si interroga sui collettivi atteggiamenti e mentalità razzista, nonché sulla quasi indifferenza degli antropologi italiani. Dei luoghi delle esposizioni e del loro valore simbolico scrive Roggero Bardelli; Natale e Maggio Serra trattano dell'arte nelle esposizioni nelle due metà dell'Ottocento. Alle Guide per i visitatori alla ?capitale del lavoro? si dedica Roccia, mentre Dacomo analizza la funzione dei testi scritti per le esposizione. Il materiale iconografico di questo prezioso volume è bellissimo, e non solo decorativo.


Patrizia Guarnieri