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Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Pro Judaeis. Il filogiudaismo cattolico in Italia (1789-1938)

Valerio De Cesaris

Milano, Guerini e Associati, 201 pp., euro 20,00 2006

Il libro propone un percorso storico-tematico con l'intento di analizzare un fenomeno spesso trascurato, o comunque scarsamente dibattuto, dalla storiografia contemporanea: qual è stato il ruolo assunto dal «filogiudaismo» all'interno della cultura cattolica italiana? La cornice cronologica entro cui l'opera si colloca prende avvio dalla Rivoluzione francese, ovvero dal momento in cui la questione legata all'emancipazione degli ebrei ha conosciuto una sua visibilità nel dibattito politico dell'epoca, e termina nell'«anno della razza», il 1938, allorché il processo iniziato un secolo e mezzo prima è venuto a esaurirsi con l'emanazione della normativa discriminatoria varata dal fascismo. Lungo questo asse temporale si dipana l'esplorazione condotta dall'autore che, con linguaggio asciutto e conoscenza dell'argomento trattato, investiga atteggiamenti e figure del mondo cattolico, di maggiore e minore notorietà, disponibili a leggere positivamente le vicende storico-religiose degli ebrei, per patrocinarne un'equiparazione giuridicopolitica alla società di maggioranza. Alternata ed intrecciata a tale discorso, si propone l'esposizione di culture, mentalità, produzioni intellettuali di segno antiebraico che, germogliate all'interno dell'alveo cristiano, hanno continuato a definire l'ebraismo secondo esegesi negative e oppositive almeno fino alla seconda metà del Novecento. L'aspetto più convincente del libro sta nella capacità di connettere snodi centrali della storia dell'Italia otto-novecentesca a eventi «periferici », su cui il volume richiama l'attenzione invitando il lettore a riflettere, in un'ottica globale, sui complessi rapporti istituitisi nel corso dei secoli XIX-XX fra la comunità cattolica e quella ebraica. Ciò che tuttavia non persuade nella trama del libro riguarda le premesse teoriche e metodologiche Il «filogiudaismo» è difficilmente assimilabile a categoria storiografia definita perché, se non viene contestualmente determinato, rischia di contenere elementi valutativi: l'autore inscrive infatti in questa categoria alcuni personaggi che mai si sono identificati con quella definizione, priva del resto di una precisa cultura di riferimento. Se il libro ha il merito di cercare di dar voce a esperienze minoritarie che non hanno avuto un ruolo egemone nelle «macronarrazioni» storiche, guardando anche ad una versione della storia «altra», antagonista e portatrice di istanze diverse da quelle patrocinate dai vertici o dalle maggioranze, resta un dubbio che riguarda proprio questo aspetto: se il filogiudaismo di cui tratta l'autore sia da comprendere all'interno di queste anime minoritarie del cattolicesimo. O se sia stato piuttosto un fenomeno che ha interessato singole personalità che, in fasi temporali diverse, hanno posto come requisito preliminare di ogni libertà, individuale, sociale e politica, l'emancipazione dei soggetti storici fino a quel momento esclusi da tali diritti. Sulla base di queste considerazioni è coraggioso parlare di «filogiudaismo», ma non pare, leggendo l'opera, che questo termine abbia mai fondato un sistema culturale di segni e simboli volti a stabilire un'idea di alterità recepita non come antitesi irriducibile ma come diversità dialettica.


Elena Mazzini