SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Tenere le fila. Sarte, sartine e cambiamento sociale 1860-1960

Vanessa Maher

Torino, Rosenberg & Sellier, 391 pp., Euro 32,00 2007

Anticipato da alcuni articoli degli anni '80, a riprova di un lungo lavoro di approfondimento, il bel libro di Vanessa Maher rivisita con uno sguardo antropologico il mondo delle sarte torinesi, lungo un secolo. Affascinanti per la loro ambivalenza, le sarte si muovono fra rottura dell'ordine e conformismo, creando al tempo stesso un gender trouble e un class trouble: scomode per il femminismo e la sinistra, queste figure sfuggono alle generalizzazioni correnti nella storia del lavoro. La sarta è infatti una «esperta rituale», che conosce il simbolismo esoterico del «costume» e del «vestiario», del guardarsi e dell'essere guardate, e riafferma i fondamenti simbolici della «distinzione», nel senso in cui la intende Pierre Bourdieu, dislocando la soglia della raffinatezza e del gusto a vantaggio delle strategie di chiusura sociale delle donne degli strati alti della società torinese. Esperte di «ciò che conviene», le sarte rivelano il legame fra la subalternità femminile e il conformismo sociale che alimenta il culto della moda, sviluppandosi anzitutto nella società di corte di antico regime, ma anche nei regimi totalitari, poiché è espressione di un mondo gerarchico e centralizzato. La figura della sarta corrisponde inoltre alla creazione di un ordine normativo di genere che prevede un progressivo disciplinamento delle apprendiste adolescenti, garanzia di onorabilità e di sentimenti virtuosi.Ma, con il suo stile di vita libero nelle relazioni sociali e sessuali, questa figura è anche protagonista di uno spiazzamento delle aspettative di deferenza e di umiltà riposte sulle donne e sugli strati sociali inferiori: le sartine si accompagnano agli studenti; le sarte rivendicano orgogliosamente il valore del lavoro fatto a casa contro il modello breadwinner; si confondono nelle feste con le donne delle classi alte a cui cuciono i vestiti. Sono affascinate dalla possibilità che gli abiti offrono alle cocottes, e alle stesse sarte, di esaltare la bellezza naturale, che, ancora per Bourdieu, è il capitale dei poveri, risorsa per una mobilità sociale matrimoniale o individuale.Questa ci sembra la chiave di lettura intorno alla quale ruota il libro, che è interessante anche perché utilizza il caso di Torino, per Gramsci e per tanti altri osservatori «città americana per eccellenza», ma lo integra in una diversa linea interpretativa, simile a quella «antifordista» portata avanti negli anni '70 da una parte delle scienze sociali e della storiografia italiana, che si è tuttavia sviluppata guardando al lavoro a domicilio e alle piccole imprese della Terza Italia. Il mondo delle sarte torinesi resta vitale fino alla seconda guerra mondiale, quando la lavorazione delle confezioni con modelli standardizzati sembra trovare, appunto, nella Terza Italia, un contesto più adatto, ma negli anni '60 un flusso di donne, immigrate dal Sud, si inserisce nel mercato dei vestiti su misura, prolungando e trasformando la storia della sartoria a Torino e a Milano.


Alessandra Pescarolo