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Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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I prefetti e le norme elettorali politiche del 1921 e del 1925

Vincenzo G. Pacifici

Roma, Edizioni dell'Ateneo, 144 pp., euro 28,00 2006

Il volume offre un ulteriore strumento per gli studi volti a ricostruire il rapporto tra prefetti e potere politico e il ruolo e la funzione delle istituzioni locali nei periodi liberale e fascista ? temi sui quali, da lunga data, sono concentrati gli interessi scientifici dell'autore. Due sono le fasi storiche cui si fa riferimento e che scandiscono la narrazione: la prima è quella della preparazione dei provvedimenti del 1921 tesi a completare e a rendere operante la riforma proporzionalista del 1919; la seconda è quella concomitante la presentazione del disegno di legge di ripristino del collegio uninominale nel 1924. Le fonti utilizzate sono le relazioni inviate dai prefetti al Ministero dell'Interno e oggi conservate, presso l'Archivio Centrale dello Stato, nei fondi di quel dicastero tra le carte dell'Ufficio elettorale della Direzione dell'amministrazione civile. Riportati integralmente e arricchiti nelle note a piè pagina da una breve ricostruzione della carriera del funzionario scrivente, i documenti vengono offerti al lettore allo stato «grezzo», riducendo all'essenziale le note argomentative e di contestualizzazione. Per quanto riguarda il 1921, le informative prefettizie, trasmesse a Roma in risposta alla circolare del febbraio, sono dirette a fornire un quadro esaustivo dello «spirito pubblico» e dei rapporti di forza tra schieramenti politici nelle 36 province interessate alla risistemazione dei collegi elettorali, da comporre, in base alle norme del 1919, con almeno 10 deputati. Una modificazione alla geografia dei collegi questa, che, dopo i risultati delle amministrative del 1920 e in vista delle elezioni politiche del maggio, nelle intenzioni del presidente del Consiglio Giolitti dovrà contribuire a produrre una consistente affermazione delle forze liberali all'interno dei blocchi nazionali. Nel significativo silenzio dei consigli provinciali e dei deputati coinvolti, l'opinione dei prefetti diventa a tal fine indispensabile, anche se, paradossalmente, la loro voce rimarrà largamente inascoltata, quasi a segnare il definitivo maturare della lenta e irreversibile agonia dello Stato liberale di fronte al dilagare della violenza fascista in quella campagna elettorale considerata la più cruenta della storia d'Italia. Simile per alcuni aspetti e radicalmente diversa per altri la vicenda del 1924, quando, nei giorni roventi della crisi Matteotti, ad appena un anno dal varo della legge Acerbo il ministro dell'Interno Federzoni interpella i prefetti sulle «impressioni» suscitate in ciascuna provincia dalla preannunciata, e poi mai sperimentata, reintroduzione del collegio uninominale. Dalle risposte dei funzionari, in molti casi inizialmente disorientati dalla notizia, trapela una lettura generalmente positiva del progetto, ritenuto idoneo a garantire la normalizzazione nel segno dell'espunzione degli estremi, e il corpo prefettizio, la cui formazione è pur sempre avvenuta in età liberale, si compatta intorno alla linea ? «federzoniana» e non «mussoliniana» ? della battaglia al «lassismo squadristico » per «ripristinare l'ordinamento liberale unitario e [...] salvaguardare l'Italia da una esperienza conclusa con la tragedia della Seconda guerra mondiale» (p. 131).


Daniela Adorni