SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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L'assedio di Delhi, 1857. Lo scontro finale fra l'ultima dinastia Moghul e l'impero britannico

William Dalrymple

Milano, Rizzoli, 553 pp., Euro 25,00 (ed. or. London, 2006) 2007

William Dalrymple, giornalista e scrittore, noto soprattutto per i suoi libri di viaggio dedicati alla realtà dell'India contemporanea, affronta in quest'opera un episodio controverso della storia del subcontinente: la rivolta del 1857, di volta in volta descritta dagli storici, come «Mutiny», «Rebellion», «Uprising» o «War of Independence».Per analizzare questo evento Dalrymple sceglie una prospettiva particolare: quella che pone al centro dell'indagine la città di Delhi e la corte Moghul. Egli ci guida in un'appassionata e, in un certo senso, nostalgica ricostruzione della corte di Delhi alla metà dell'800 - una corte ormai privata di ogni reale potere ma, nonostante questo, capace di dare vita ad una ricca e raffinata rinascita culturale. Si tratta di un ambiente tollerante e aperto, fucina di una creativa mescolanza di religioni, lingue e culture, in stridente contrasto con la progressiva chiusura su posizioni arroganti, rigide ed aggressive degli inglesi in India. È proprio questa progressiva chiusura «imperialistica» che viene descritta da Dalrymple come causa principale del distacco tra gli inglesi e la popolazione locale e, quindi, dell'ammutinamento dei soldati indiani della Compagnia delle Indie. L'arrivo improvviso dei soldati ammutinati sconvolge la corte di Delhi e la vita dell'ottantaduenne poeta, calligrafo e mecenate Bahadur Shah II, detto Zafar («vittoria»), ultimo degli imperatori Moghul.Dalrymple narra gli eventi giorno per giorno, ricostruisce le vicende di singoli individui negli opposti schieramenti e, attraverso questa analisi minuziosa, tenta di rispondere alla questione della «natura» della rivolta aggiornando il punto di vista nel corso dello svolgimento. Possiamo così seguirlo nello sviluppo di un evento che, iniziato come ribellione dei soldati della Compagnia delle Indie, acquista un valore più ampio grazie al tacito appoggio dell'imperatore Moghul, ormai privo di reale potere ma ancora importante simbolo di sovranità nell'immaginario indiano. Dalrymple rifiuta, per quanto riguarda la città di Delhi, la categoria di «insurrezione popolare»: i soldati ammutinati, per lo più provenienti dalle regioni degli attuali Bihar e Uttar Pradesh orientale, sono qui considerati come stranieri. Egli segue l'acutizzarsi dei conflitti tra i soldati e la popolazione locale via via che la crisi «logistica» si approfondisce e la mancanza di cibo si fa pressante. Acquista, poi, sempre maggiore rilevanza il fattore religioso con il graduale ritiro da Delhi dei soldati ammutinati sostituiti da jihadisti che combattono in difesa di una presunta purezza religiosa islamica. La descrizione delle violenze inglesi e della distruzione della città dopo la riconquista, completa il quadro degli effetti deleteri degli opposti integralismi religiosi e culturali.Notevole merito dell'opera è l'uso sistematico delle fonti in urdu: petizioni, appelli, ordini, rapporti di spie, disponibili presso l'Archivio nazionale indiano di Nuova Delhi ma poco utilizzate fino ad ora, nonché fonti letterarie, poesia, corrispondenza, diari e giornali locali.


Rita Paolini