SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Antisemitismo cristiano? Il caso di Leone Dehon

Yves Ledure (a cura di)

Bologna, Edb, 214 pp., euro 16,60 2009

Il volume, incentrato sull’analisi dei testi di padre Dehon sulla «questione ebraica», tocca nodi storiografici di rilievo: il nesso tra antigiudaismo religioso e antisemitismo moderno, il ruolo giocato dalla critica agli ebrei nel cattolicesimo sociale tra ’800 e ’900, l’affermazione della «teologia della sostituzione» (secondo cui Israele ha perso la predilezione divina che è ormai prerogativa esclusiva della Chiesa, verus Israel) che solleva i cattolici antisemiti da scrupoli teologici, in quanto «Dio stesso ha rigettato gli ebrei» (p. 137).Se l’antigiudaismo di Leone Dehon emerge in maniera chiara dal volume, non tutti gli aa. sfuggono alla tendenza apologetica di smussarne e giustificarne alcuni tratti, nel tentativo di ridurne la portata. Così Y. Ledure nell’introduzione al volume e nel suo saggio, così anche G. Campanini, il quale ritiene che l’antiebraismo sociale di Dehon non possa essere considerato antisemitismo (pp. 19-33). Tuttavia Dehon rigettava l’emancipazione civile degli ebrei - «bisognerebbe tenerli al guinzaglio e concedere loro, nelle nazioni cristiane, diritti molto limitati» (p. 89) - e citava positivamente gli scritti dell’antisemita Edouard Drumont, autore de La France juive (1886) e del cattolico prussiano August Rohling, autore del volume Der Talmudjude (1871), anch’esso testo di riferimento per gli antisemiti di fine ’800. Nel suo saggio P. Airiau nota come Dehon, che non aveva una sua elaborazione originale su questi temi, fosse solo «la cassa di risonanza di altri autori» (p. 106).Complessivamente dal volume risulta che le componenti dell’antigiudaismo di Dehon - ben descritte nel breve ma denso contributo di J.-M. Mayeur - siano tutte riconducibili alla cultura del cattolicesimo sociale, «inseparabile, in quegli ultimi anni del XIX secolo, da un antisemitismo con caratteristiche specifiche» (p. 91). Si tratterebbe quindi di un’ostilità che non assume venature razzistiche, restando ancorata, per un verso, ai tradizionali stereotipi antigiudaici di matrice religiosa (il «deicidio», l’omicidio rituale, l’anticlericalismo degli ebrei), e alimentandosi, per altro verso, dell’anticapitalismo e dell’associazione tra capitali ebraici e speculazioni finanziarie. J. Prévotat sostiene che Dehon espresse una «netta condanna del razzismo antiebraico» quando, nominato consultore dell’Indice, fu incaricato di esaminare il dossier sull’Action française (p. 112). Ma la tesi proposta non è del tutto convincente: in Dehon è infatti rintracciabile una contaminazione tra antigiudaismo e antisemitismo razziale. Basti pensare alle convergenze con autori razzisti, come Drumont, o alle affermazioni sulle «caratteristiche morali ereditarie» degli ebrei (p. 95). Il volume, colpevolmente privo di indice dei nomi, non risponde alla domanda che reca nel titolo, pur fornendo un’implicita risposta negativa che mi sembra discutibile. Si tratta comunque di un libro di indubbio interesse per chi si occupa di questi temi, composto di dieci contributi, disuguali tra loro per lunghezza e spessore.


Valerio De Cesaris