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Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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I "francesi" nella Napoli dell'Ottocento

Cognome: Rovinello
Nome: Marco
Dottorato in: Storia dell'Europa moderna e contemporanea
Istituzione: Università degli Studi di Bari - EHESS de Marseille
Facoltà: Facoltà di Lettere
Ciclo: XVIII
Anno: 2007
Primo tutore: Biagio Salvemini
Secondo tutore: Jean Boutier
Co-tutela: Array
Abstract:

La ricerca affronta le diverse questioni connesse all’esistenza di una comunità nazionale francese nella Napoli ottocentesca, inserendosi in tal modo sia nel filone di ricerca che ormai già da qualche anno ha come oggetto le minoranze etnico-nazionali e religiose presenti nell’Italia preunitaria, sia nel vivo dibattito storiografico, sociologico ed anche politologico, circa le modalità d'affermazione dello stato-nazione e di un’identità se nazionale nell’Europa occidentale tra Rivoluzione francese e primo conflitto mondiale. Per affrontare un tema di tale complessità in una maniera quanto più possibile lineare dal punto di vista logico-espositivo ed efficace retoricamente, la tesi si articola in quattro sezioni, precedute da un’ampia introduzione e seguite da qualche breve riga conclusiva. Il capitolo introduttivo è sostanzialmente dedicato a fornire il quadro di riferimento categoriale e storiografico entro il quale la ricerca si muove, ponendo all’attenzione del lettore soprattutto i problemi metodologici legati all’uso di alcune tipologie di fonti ed al ricorso a categorie nate in altri ambiti disciplinari (ma indispensabili alla comprensione dell’oggetto di studio), nonché alla necessità di giustificare la periodizzazione proposta. Solo dopo questa trattazione di natura prettamente metodologica, si passa a presentare il campione che si è fatto oggetto di studio, provando a dare un’idea della sua dimensione, della composizione in termini di gender e di livelli sociali dei suoi membri, nel tentativo di fornire i tratti principali e i numeri della presenza francese nella Napoli murattiana prima e borbonica poi. In particolare, nell’introduzione si sottolinea come l’analisi di questo numeroso gruppo (si sono censiti oltre 4.000 soggetti) di stranieri migrati alle falde del Vesuvio nel periodo compreso tra l’inizio del cosiddetto Decennio francese (1806) e l’unificazione nazionale italiana (1860) sia stata effettuata attraverso il ricorso a fonti di diversa natura e provenienza. Da un lato, si sono infatti utilizzati documenti di produzione napoletana per lo più conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli (atti di stato civile della città, carte di polizia, sentenze e atti del Tribunale di Commercio di Napoli, documenti del Ministero degli Interni e del Ministero degli Esteri borbonico, etc.). Dall’altro, le fonti disponibili in alcuni dei principali archivi francesi (Archives du Ministre des Affaires Etrangères, Archives de la Chambre de Commerce de Marseille) e presso il Consulat Général de France à Naples, composte tanto dalla corrispondenza degli organi diplomatici francesi con il competente ministero parigino, quanto dalle carte redatte dagli stessi rappresentanti diplomatici transalpini durante il regolare svolgimento delle proprie funzioni (registri d’immatricolazione al consolato dei connazionali residenti nella capitale borbonica, stato civile del consolato, corrispondenza con le autorità locali, etc.). Inoltre, proprio l’ampiezza della documentazione, il riferimento costante ad una letteratura di ambito non esclusivamente storiografico, ma al contrario aperta agli apporti provenienti da discipline affini alla storia come la sociologia, l’antropologia, la psicologia sociale e la scienza politica, nonché la scelta di prediligere fonti che riducessero il rischio di una preselezione del campione in funzione dell’appartenenza socio- professionale, della fede religiosa o di altri elementi diversi dal mero diritto di essere considerati cittadini francesi hanno consentito, per la prima volta, di estendere lo studio del modus vivendi di una minoranza nazionale ottocentesca a strati della sua piramide sociale non coincidenti con il vertice, includendo quindi nell’indagine non solo le élites imprenditoriali studiate dalla Caglioti o dalla Martignone, o i mercanti presi in esame dalla Dawes o dalla D’Angelo [1995], ma anche quelle centinaia di persone di più umile condizione che costituiscono la stragrande maggioranza della popolazione immigrata d’oltralpe nel Mezzogiorno. Il secondo capitolo si propone dunque di ripercorrere, alla luce delle suggestioni provenienti dalla sterminata letteratura internazionale sui problemi della storia e della sociologia delle migrazioni, le traiettorie che hanno condotto i francesi oggetto di studio nel Mezzogiorno, verificandone i luoghi di provenienza e se siano identificabili aree della Francia legate al Meridione da particolari flussi migratori, i momenti in cui tali arrivi si concentrano ed eventuali relazioni tra emigrazione in direzione di Napoli e grandi avvenimenti politico- militari internazionali, nonché le ragioni che possono essere considerate alla base di una simile scelta. Partendo dall’assunto che il fatto stesso di appartenere ad una minoranza straniera è, per costoro, indissolubilmente legato ad una esperienza migratoria e che il loro agire in seno alla società ospite non può non risentire dei tempi e delle modalità con le quali questa è stata vissuta, queste pagine giungono ad evidenziare come per molti dei soggetti studiati Napoli rappresenti un approdo cui si giunge a seguito di percorsi estremamente articolati, a volte iniziati con spostamenti riconducibili al modello della micro-mobilité [J. P. Poussou, 1988] e spesso compiuti da un medesimo nucleo familiare nell’arco di più generazioni. Allo stesso tempo, però, i dati raccolti dimostrano chiaramente come, per quanto Napoli possa rappresentare un luogo tutt’affatto inospitale per gli immigrati d’oltralpe, la sosta in città è spesso solo una tappa all’interno di un tragitto che contempla ulteriori ripartenze, ritorni e spostamenti in un’area estremamente ampia, per lo più coincidente con l’area mediterranea. Nell’osservare le dinamiche migratorie tipiche dei francesi giunti nel Regno, peraltro sostanzialmente atomistiche e comunque ben lontane dai diversi modelli di catene migratorie descritti dalla letteratura in relazione alle migrazioni europee verso il Nuovo mondo, grande attenzione è posta in particolare sulle logiche con le quali le autorità napoletane e francesi affrontano il crescente problema di quantificare e monitorare i flussi migratori internazionali e soprattutto d’identificare i propri sudditi nel momento in cui questi varcano i confini del regno borbonico. Analizzando i rapporti della Prefettura di polizia napoletana e le carte consolari, appare evidente come, nella pratica concreta, già nella fase di semplice accesso di persone non regnicole al territorio borbonico, le autorità pubbliche di ambo le parti e molti privati cittadini diano vita a forme d’interpretazione arbitrarie e finanche del tutto infondate delle identità nazionali degli immigrati, se non a vere e proprie negoziazioni tese per lo più a trarre vantaggio dalle ambiguità che il moderno concetto di Nazione ancora presenta e da forme di controllo ancora lontane dalla moderna “oggettività” dei sistemi d’identificazione. Le successive tre unità prendono invece in esame la comunità francese una volta che essa risulta ormai stanziata nella capitale, affrontando ognuna, per esigenze di chiarezza espositiva, una dimensione specifica della complessa esperienza dei francesi nel contesto partenopeo. Nel terzo capitolo, viene indagata in particolare la sfera personale, allo scopo di verificare la capacità di assimilazione dei francesi al nuovo ambiente. Una capacità/volontà d’integrazione che alcuni indicatori tradizionalmente utilizzati tanto dalla storiografia quanto dalla sociologia (comportamenti matrimoniali, strategie residenziali, associazionismo volontario, etc.) sottolineano essere assolutamente straordinaria, soprattutto se paragonata a quella di altri gruppi etnico-nazionali presenti in città negli stessi anni, ma che al contempo mostra chiari segnali della persistenza di forme corporative e di demarcazioni di natura socio-professionale tali da modellare la comunità al suo interno in senso marcatamente gerarchico, impedendo per esempio la nascita di una socialità di stampo squisitamente nazionale ed interclassista. D’altro canto, pratiche endogamiche e forme di associazionismo fondate sulla comune appartenenza nazionale non sono adeguatamente promosse neanche dalle autorità diplomatiche francesi che pure avrebbero in teoria il compito di coagulare attorno a sé i propri connazionali presenti in città, e che al contrario paiono interessate a coinvolgere, nelle attività ludiche come in quelle ufficiali, esclusivamente l’élite della comunità e persino individui non titolari di un passaporto francese purché appartenenti alla business community meridionale, escludendone invece in maniera sistematica o lasciandone ai margini i meno abbienti, il che contribuisce a fare del consolato e delle persone che vi orbitano attorno qualcosa di molto simile alla Natio di antico regime. Se dunque alcuna forma di etnocentrismo può essere ravvisata nel momento in cui i francesi di Napoli, immigrati di prima generazione come delle successive, si trovano a selezionare il proprio quartiere di residenza, il/la proprio/a compagno/a o la propria cerchia di amicizie, discorso sostanzialmente analogo può esser fatto per quanto attiene alla sfera professionale, oggetto del quarto capitolo. Anche in questo caso, infatti, quella francese non si presenta affatto come una delle ethnic communities in business descritte da tanta letteratura [R. Ward – R. Jenkins, 1984], chiusa agli apporti esterni, diffidente e poco interessata alla collaborazione professionale con gli indigeni. Al contrario, a causa della mancata autosufficienza di molti di loro in termini economici, di know how e/o di capitale sociale, e grazie in particolare alla complementarietà delle loro risorse rispetto a quelle detenute dagli operatori locali, gli immigrati francesi di qualsiasi livello sociale e specializzazione professionale trovano nella capitale borbonica un mercato nel quale risulta loro possibile integrarsi quasi alla perfezione e dove il loro essere francesi può essere sì speso per esempio quale sinonimo di qualità nella commercializzazione di alcuni prodotti (i generi di moda, l’abbigliamento, etc.), ma non rappresenta mai un elemento capace di ostacolare la simbiosi e la costante osmosi tra i membri della minoranza d’oltralpe e la gente del posto, quando si tratta di sostenersi a vicenda nei momenti di difficoltà (come si evince soprattutto dalle sentenze fallimentari del Tribunale di Commercio napoletano), di rivendicare diritti o privilegi di stampo corporativo e di selezionare un socio, dei collaboratori, dei dipendenti, dei fornitori o dei clienti (come dimostrano gli atti di costituzione e scioglimento delle società registrate presso lo stesso tribunale). Nella sezione successiva, la quinta, la tesi riprende l’interrogativo di fondo che le è sotteso e si sofferma lungamente sul rapporto tra lo statuto giuridico dei francesi presenti a Napoli in base alle normative vigenti nella Francia post- napoleonica come nel regno borbonico, il ruolo delle istituzioni pubbliche nella concreta applicazione di tali norme, e le prassi messe in atto dagli immigrati relativamente all’auto e all’etero-definizione della propria appartenenza alla grande famiglia nazionale. Analizzando tanto la vita quotidiana degli immigrati francesi (i rapporti con la Dogana partenopea imposti dalla pratica commerciale, la comparsa dinanzi ai tribunali locali, etc.), quanto alcuni dei momenti di crisi delle relazioni franco-napoletane (la guerra del 1793, quella del 1798, le restaurazioni borboniche successive alla rivoluzione del 1799 e al Decennio, i moti del 1820-’21 e del ’48), lo studio documenta non solo la macroscopica discrasia tra la teoria (rappresentata dalla norma codificata) e la pratica della sua concreta applicazione, ma anche il carattere fortemente occasionale e negoziale dell’assegnazione e/o dell’auto-assegnazione della cittadinanza – sia essa francese o napoletana – e il suo ridursi a mera risorsa da sfruttare in una prospettiva sostanzialmente utilitarista sia da parte dei singoli individui, che da parte delle figure istituzionali chiamate, in teoria, a sancire in maniera “oggettiva“ e “definitiva” tali appartenenze, esclusivamente in base alle leggi vigenti. Un breve capitolo conclusivo chiude la tesi riassumendo i risultati del lavoro di ricerca e riproponendo alcune delle domande rimaste attualmente inevase, in attesa che ulteriori approfondimenti della ricerca archivistica e l’adozione di una prospettiva più marcatamente comparativistica possano contribuire a gettarvi maggiore luce.

Abstract in inglese:

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