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Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Alle origini dell’International Co-operative Alliance (1895-1913). Élites, congressi e dinamiche di un movimento economico e sociale

Andrea Ciampani, Paolo Acanfora (a cura di)

Soveria Mannelli, Rubbettino, 242 pp., € 18,00 2017

Il volume è frutto di un convegno tenutosi nel 2015 all’Università Lumsa di Roma nell’ambito del progetto «Encounters of European Elites in the 19th Century», avviato nel 2009 per ricostruire la formazione e l’evoluzione delle élites europee tra XIX e XX secolo. Partendo soprattutto dagli apporti sul carattere d’impresa della cooperazione e dall’esigenza di analizzarla in una dimensione internazionale, il libro – con contributi, oltre che dei curatori, di Casmirri, Dreyfus, Fabbri, Heyrman, Menzani, Meriggi, Rosati, Silei, Tosatti e Vagnini – ricostruisce la storia dell’International Co-operative Alliance (Ica), nata a Londra nel 1895, principalmente tramite gli atti dei Congressi che organizzò in varie città europee fino alla Grande guerra. Ne emerge il quadro di un cooperativismo complesso e diviso all’interno, prodotto del confronto continuo tra élites di paesi diversi e contrassegnato da un forte respiro internazionale sin dagli albori di Rochdale. Su di esso la Grande guerra agì in modo dirimente, costringendolo a più profonde fratture e a un nuovo rapporto con lo Stato. Nelle intenzioni dell’Ica, avversa alla lotta di classe, la cooperazione rappresentò uno strumento per garantire la pace sociale, sulla base di un progetto di condivisione di interessi economico-sociali che molto si ispirava a Le Play e alle sue idee di armonizzazione della società. Un progetto – ci risulta – comune anche ad altri istituti internazionali del tempo come quello per le classi medie, che in tali ceti intravide gruppi di stabilizzazione sociale e alla cooperazione guardò come occasione per difenderli. Molto incise su tutto ciò anche Luzzatti, cofondatore dell’Ica e tra i più strenui fautori di un’internazionale cooperativa. Lo stesso Vincenzo Magaldi, formatosi negli ambienti statistici e previdenziali del Ministero di Agricoltura, Industria e Commercio e tra i tecnici più attenti alla cooperazione, gli era vicino; e proprio questi fu tra i più fervidi sostenitori della cooperazione come chance per i ceti medi. Di essi del resto si occupò per molti anni della sua vita e con un impegno – riteniamo – per nulla trascurabile. Tutto questo rimarca la necessità di studiare più a fondo gli organismi internazionali in rapporto agli scambi che élites diverse e attive su fronti differenti tesserono in Europa tra ’800 e ’900. Tali studi molto possono dire sui modi con cui gli Stati furono forgiati in Europa. Si tratta dunque di un libro importante, anche perché consente di sviscerare questioni nodali come quella della transnazionalità che – come questo caso dimostra – non implica per forza il superamento della dimensione nazionale. Stimola inoltre nuove ricerche sui ceti medi, rispetto per esempio al loro rapporto con i partiti socialisti, liberali e cattolici e i movimenti anticooperativistici europei e ai possibili effetti del profit-sharing sulle scelte associazionistiche internazionali a loro tutela. Peccato per alcuni refusi come quelli sulla data del Congresso di Londra a p. 15 e su Léon Say (e non evidentemente Play) a p. 50.


Elisabetta Caroppo