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Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Donne contro la guerra. La rivolta di Monteleone di Puglia (23 agosto 1942)

Vito Antonio Leuzzi

Bari, Edizioni dal Sud, 79 pp., € 10,00 2016

È una storia di subalternità nella subalternità quella narrata in questo agile volume, giunto alla seconda edizione a seguito della completa disponibilità delle fonti giudiziarie relative alla vicenda in esame. Con acribia documentaria e profondità storiografica è ricostruito un episodio esemplare della conflittualità sociale espressa dalle masse rurali meridionali, oppresse dal regime fascista e devastate dalla guerra. Una conflittualità che non fu episodica, né derubricabile allo status di mera jacquerie accesa dalla fame, come testimonia la ribellione contadina che si dipana pagina dopo pagina: «la manifestazione più eclatante della presa di distanza dalla guerra devastatrice e dal fascismo» (p. 66), secondo il giudizio dell’a., valente studioso della storia dell’antifascismo pugliese e direttore dell’Ipsaic di Bari. Come indicato dal titolo del volume, la rivolta che divampa il 23 agosto 1942 a Monteleone, piccolo centro rurale tra i più alti di Puglia, abbarbicato sul Subappennino dauno, si connota per un indiscusso protagonismo femminile. È un gruppo di donne, infatti, a recarsi dal commissario prefettizio per protestare contro l’ennesimo razionamento di generi alimentari. Un ulteriore, insopportabile colpo a quello che restava delle famiglie contadine, dilaniate da un conflitto che non accennava a concludersi e vessate dalle politiche del regime. La composizione di genere della mobilitazione, in contrasto con l’immagine di femminilità ammansita imposta dal regime, e la radicalità della collera delle rivoltose non esauriscono i motivi di interesse del libro, nel quale è concesso spazio alla singolare vicenda giudiziaria che ne conseguì, di cui è offerta anche una interessante rassegna documentaria. Un iter processuale della durata di ben otto anni, contrassegnato da un atteggiamento esasperatamente autoritario e punitivo, che perdurò – come pone dovutamente in evidenza l’a. – anche all’indomani del crollo del fascismo. Segno di una inquietante «continuità dell’azione della magistratura» (p. 70) e dei deleteri effetti del codice Rocco sulla pelle delle persone. Come si evince dagli atti processuali, le monteleonesi, connotate antropologicamente per la loro miseria e marginalità sociale, furono imputate di colpe gravissime, rivelatesi poi sproporzionate rispetto all’accaduto. Altissimo fu il prezzo del loro coraggio, per la durezza delle condizioni detentive e per il prolungato abbandono di terre e famiglie, che causò un vero e proprio sfaldamento della comunità montana. Non meraviglia dunque che del 23 agosto 1942 la stessa comunità abbia per lungo tempo rimosso ogni traccia dalla memoria comune, conseguenza a lungo termine di un pernicioso scollamento tra il paese reale e le strutture dello Stato, scollamento che sarebbe persistito, soprattutto nel Mezzogiorno, ben oltre la fine di Mussolini. Ricerche come quella di Leuzzi pubblicata da Edizioni dal Sud, tandem che torna su vicende paradigmatiche del Meridione in tempi di guerra e fascismo, rappresentano un ottimo antidoto alla incapacità, sempre dilagante nel nostro paese, di fare i conti con il proprio passato.


Antonia Lovecchio