SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Historikerkommissionen und Historische Konfliktbewältigung

Christoph Cornelißen, Paolo Pezzino (a cura di)

Berlin, De Gruyter, 359 pp., € 99,95 2017

Il volume nasce dalla rielaborazione degli interventi di un convegno svoltosi il 9 e il 10 ottobre del 2014 presso l’Accademia dei Lincei e persegue l’obiettivo di analizzare le commissioni storiche costituitesi in Europa sin dagli anni tra le due guerre mondiali, ma che hanno conosciuto un vero e proprio boom solo a partire dall’ultimo torno del secolo scorso. Pregio e debolezza del volume è avere restituito un quadro sfaccettato della loro tipologia: se uno sguardo così ampio permette infatti di averne un quadro composito, la loro diversità pone problemi non sempre accomunabili sotto lo stesso tetto. Una questione trasversale è quella metodologica e deontologica che investe il mestiere dello storico, sempre più coinvolto o come consulente specialista nella ricostruzione dei contesti che servono a celebrare processi contro criminali nazisti e fascisti, o come studioso interno a specifiche commissioni storiche. Spesso sollecitate da urgenze politiche, tali commissioni rischiano però di inficiarne il lavoro, coinvolgendolo nel tentativo di elaborare memorie comuni tra paesi in cui sussistono narrazioni storiche divergenti sulle guerre mondiali, oppure, per fare un altro esempio, spingendolo su terreni di indagine eterodiretti. Allo storico viene talvolta richiesto di fare il «pompiere» (Wolfgang Schieder), per spegnere il fuoco delle controversie tra due paesi, come è stato per l’Italia e la Germania, quando una serie di pronunce giurisdizionali delle corti nostrane hanno avallato la richiesta di indennizzi alla Germania di ex Imi (internati militari italiani) e lavoratori «coatti», spinti forzatamente a lavorare Oltralpe sotto il Terzo Reich. Il governo tedesco reagì appellandosi alla Corte internazionale dell’Aia, che si pronunciò nel 2012 osservando che singoli soggetti non potevano agire giuridicamente contro uno Stato straniero, né sentenze interne a un paese potevano trovare applicazione dentro un’altra nazione. Parallelamente, dalla fine degli anni ’90 si era aperta in Italia una nuova stagione processuale contro i criminali nazisti. Erano questioni che ora rischiavano di inasprire i rapporti tra i due Stati. Ne sortì una commissione italo-tedesca, che avrebbe operato tra il 2009 e il 2012 con il compito precipuo di approfondire le vicende degli Imi e del contesto in cui sorsero e di sgretolare narrazioni del passato stereotipate e monolitiche. Tutto ciò però, accantonando le richieste di risarcimento degli Imi. Ci si può chiedere se la strada della riconciliazione risolva davvero i traumi della guerra e se il problema non affrontato degli indennizzi non continui a operare silentemente, come la brace sotto la cenere (Filippo Focardi). C’è poi la questione più grande se tale aggiramento non provenga da un impulso più lontano e generale, e cioè dall’avere voluto la Germania mettere un punto alla «Widergutmachung», che oltre a garantire il ripristino dello status quo ante dei diritti violati delle vittime ha messo in campo fino a un certo momento anche la corresponsione di indennizzi, ora sempre più sostituiti da cifre forfetarie o da forme simboliche di remunerazione.


Giovanna D’Amico