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La liberazione dei campi. La fine della Shoah e le sue eredità

Dan Stone
Torino, Einaudi, 271 pp., € 30,00 (ed. or. New Haven, CT, Yale University Press, 2015, traduzione di Piero Arlorio)

Anno di pubblicazione: 2017

L’a. propone una riflessione sulla liberazione dai lager nazisti e sulle difficoltà affrontate dai superstiti «non rimpatriabili» finiti sotto il controllo degli angloamericani. Alla base delle considerazioni esposte nel volume c’è un’ampia conoscenza della letteratura e dei racconti dei sopravvissuti, tratti da alcuni archivi orali e dalla memorialistica. Il filo rosso che percorre la narrazione, attenta al mondo interiore degli ex deportati e all’intreccio tra gli eventi, è la constatazione del divario tra il momento della liberazione dai lager e il tempo della riconquista della libertà.
Il libro, infatti, organizzato in sei capitoli, si apre con una lunga Introduzione in cui l’a. contrappone i racconti dei superstiti alle immagini stereotipate della liberazione, che vedono i sopravvissuti accogliere festosamente gli alleati, lasciandosi alle spalle il dramma appena vissuto. «Nessuno esultò», ricorda Freddie Knoller, una delle tante voci confluite nel volume; «avevamo patito troppo per poter gioire» (p. VIII). Specificato che la «liberazione fu un processo» (ibid.), nel primo capitolo Stone delinea un quadro dei lager liberati dall’Armata Rossa e fornisce alcuni cenni sul rapporto che legò la liberazione alla «propaganda della causa comunista» (p. 7). Dal secondo capitolo, l’a. si addentra nel merito di un’indagine più interessata ai destini di chi finì sotto il controllo degli alleati occidentali; quindi delinea un quadro delle liberazioni compiute dagli eserciti di Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti, accenna alla reazione della stampa e riporta alcune percezioni dei «salvati». Caratterizzano il primo e il secondo capitolo diverse digressioni sulle marce della morte, necessarie per comprendere tanto la fase finale dello sterminio quanto la specificità di molte liberazioni, che avvennero proprio durante questi trasferimenti forzati.
Nel terzo capitolo, l’a. si occupa dell’assistenza fornita dai militari soprattutto a Bergen Belsen, indica le politiche di soccorso messe in atto dal Joint (American Jewish Joint Distribution Committee) e dall’Jru (Jewish Relief Unity) ed evidenzia le differenze tra la gestione britannica dei campi e quella americana. Nel quarto capitolo affronta l’organizzazione dei superstiti, che nei campi ricostruirono la loro esistenza anche attraverso la religione, i rapporti interpersonali, il teatro, lo sport, lo studio e la formazione professionale. Nel quinto, intreccia le vicende dei «salvati», in attesa di un luogo dove poter vivere, alle «più ampie questioni della politica mondiale» (p. 158), con attenzione all’immigrazione illegale in Palestina, quindi alla politica britannica e agli internamenti a Cipro. Infine, nelle Conclusioni, Stone sostiene che «la liberazione non fu la fine della Shoah, bensì un ponte di transito dalle alleanze del tempo di guerra alle tensioni della guerra fredda» (p. 200).

Elisa Guida