SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Le relazioni internazionali dopo la guerra fredda (1989-2017)

Antonio Varsori

Bologna, il Mulino, 259 pp., € 23,00 2018

Analizzare gli eventi successivi al 1989 è impresa intellettuale ardua. Categorie come concerto delle potenze, mondo bipolare, guerra fredda, guerre mondiali, pur semplificando la realtà del XIX e XX secolo, sono state proficuamente utilizzate da generazioni di storici. Oggi, multipolarismo e multilateralismo non riescono a cogliere le trasformazioni del mondo a partire dagli anni ’90 del XX secolo, mentre espressioni di largo uso nella saggistica e nei media quali mondo post, disordine mondiale, nuova anarchia, guerra ibrida, ecc., esprimono la diffusa sfiducia nella possibilità di trovare categorie olistiche che interpretino il sistema delle relazioni internazionali negli ultimi trenta anni. Merito del lavoro di Varsori è di mostrare che la storia ha un ruolo fondamentale da assolvere nel fermare la deriva verso un vuoto epistemologico. Il testo si rivolge soprattutto ai millennials, per ragioni anagrafiche memori al più della crisi del 2008, ai quali è importante spiegare che il mondo nel quale viviamo non è espressione del caso, ma del venir meno della «illusione di un nuovo ordine internazionale » seguita al crollo del comunismo (p. 13). I fatidici anni ’90 hanno visto la caduta di varie certezze. La combinazione di soft power e di interventi militari mirati non è stata in grado di sostenere il «momento unipolare» degli Usa. Nonostante la continuazione del processo di allargamento della Ue, l’Europa ha perso la sua secolare centralità. È stata smentita dagli eventi la convinzione che la diffusione di democrazia e libero mercato consentisse una rapida e indolore incorporazione di ex nemici e paesi emergenti nelle istituzioni a guida occidentale. Il «drammatico risveglio» (p. 107) dell’11 settembre 2001 ha introdotto un nuovo protagonista globale, il terrorismo, che la comunità internazionale si è da allora limitata a contenere più che estirpare. Gli Usa hanno puntato a mantenere il loro ruolo egemone attraverso l’uso vasto e spregiudicato dello strumento militare. Le difficoltà nell’approvazione di una costituzione europea non hanno indotto la Ue a rinunciare alla pretesa di essere una «potenza civile». La Russia ha rilanciato le sue aspirazioni imperiali, sebbene su scala ridotta. I «nuovi attori internazionali» (p. 153), a cominciare dalla Cina, sono stati pronti a cogliere i vantaggi della globalizzazione, non ad assumerne gli obblighi. «L’età delle crisi», aperta dal tracollo finanziario del 2009, è stata l’epifania dei problemi accumulati da una globalizzazione limitata all’economia. Per ora non è emerso né un progetto alternativo all’ordine liberale né il temuto «scontro di civiltà», quanto una rincorsa alla difesa di interessi nazionali e regionali. Nell’interpretazione di Varsori, ciò ha favorito il ritorno a un «mondo multipolare», composto da «un gruppo di grandi potenze», qualche «aspirante grande potenza», una pletora di «potenze medie» (p. 248). L’analogia con l’ottocentesco concerto delle potenze è preoccupante, considerate le guerre coloniali che accompagnarono il suo consolidamento e le tragedie che seguirono al suo crollo. Toccherà alle nuove generazioni impedire che il passato si ripeta.


Fabio Bettanin