Nelle vesti di Clio. L’uso politico della storia nella Rivoluzione francese (1787-1799)

Daniele Di Bartolomeo
Roma, Viella, 356 pp., € 29,00
Anno recensoine: 2014

Il volume costituisce l’esito di un percorso di ricerca pluriennale dedicato all’analisi
dei discorsi sul passato prodotti dagli attori (maggiori e minori) della Rivoluzione francese
in un arco temporale compreso fra la convocazione dell’Assemblea dei notabili e il 18 brumaio
di Napoleone Bonaparte, che per la sua ampiezza rappresenta un’importante novità
di approccio oltre che un’autentica sfida storiografica. La complessa ricostruzione dell’autore
– dottore di ricerca in Storia e teoria delle costituzioni moderne e contemporanee
presso l’Università di Macerata e attualmente borsista della Fondation Maison des sciences
de l’homme di Parigi nel quadro del programma «Fernand Braudel – International
Fellowships for Experienced Researchers» – si sviluppa cronologicamente in quattro parti
(ciascuna articolata in tre capitoli) che intrecciano efficacemente narrazioni per sketch e
riflessioni interpretative: Il vaso di Clio (1787-1789), Il fato di Luigi XVI (1789-1793), La
Repubblica di Sisifo (1792-1795), Un futuro già passato (1795-1799).
In controtendenza con la storiografia dominante che ha insistito sull’avversione dei
rivoluzionari per il passato in nome dell’ossessione per il futuro, tesi fondante del libro
è che, invece, per tutto il periodo studiato (e soprattutto in alcune congiunture come
la convocazione degli Stati generali, la fuga e il processo del re, la fondazione e la fine
della Repubblica) fu massiccio, continuo, pervasivo e, da ultimo, performativo sul piano
dell’azione politica, il ricorso per analogia o per contrasto ai linguaggi della storia, correlati
sia alla mitografia nazionale francese, sia allo specchio di altre rivoluzioni (esemplare e
maggioritario il riferimento al caso inglese di metà ’600, rispetto al pur presente richiamo
alla recente dinamica americana), sia alle vicende dell’antichità classica, greca e in particolare
romana.
Attraverso il ricorso a una mole impressionante di fonti (dibattiti parlamentari, giornali,
periodici, libri, pamphlets, pièces teatrali) e grazie a un confronto serrato tanto con la
storiografia internazionale, quanto con le più recenti elaborazioni teoriche sui «regimi di
storicità», l’autore espone in modo convincente e condivisibile l’assunto secondo cui accanto
all’«avvento dell’ideologia del progresso, e con essa del concetto moderno di rivoluzione
intesa come affermazione inarrestabile del nuovo e ripudio della storia», permanesse
operativa e si autoalimentasse continuamente nelle pratiche rivoluzionarie «l’idea della
ripetizione, variamente intesa come una necessità da acconsentire (almeno inizialmente o
limitatamente ad alcuni aspetti) e/o come un’eventualità da scongiurare» (p. 299).
In chiave critica, un appunto può essere rivolto all’uso ancora per lo più decorativo
del pur consistente (e ottimamente selezionato) apparato iconografico, che avrebbe meritato
di essere trattato con la stessa acribia erudita riservata alle fonti scritte quale reperto
della cultura storico-politica veicolata dai circuiti comunicativi dell’epoca.

Gian Luca Fruci