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Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Scrivere con il mondo in testa. Intellettuali europei tra cultura e potere (1898- 1956)

Fabio Guidali

Milano-Udine, Mimesis, 2016, 268 pp., € 22,00 2017

Guidali, dottore di ricerca presso l’Università degli Studi di Milano e la Freie Universität di Berlino, propone un affresco comparato di storia della cultura tra Francia, Germania e Italia. Più esattamente, viene analizzata «la dialettica tra impegno civile di artisti e scrittori e le loro organizzazioni di ordine politico» con l’obiettivo di «tracciare piste originali […] per fornire un profilo della cultura europea che giunga poco oltre la metà del ventesimo secolo» (p. 11). Come riconosciuto dall’a., si tratta di una materia complessa e già ovviamente trattata da innumerevoli studi. La soluzione adottata per evitare il rischio di ripetere schemi già tracciati è quella di «proporre un punto di vista coerente su alcune problematiche di lungo periodo» (p. 13), come ad esempio il flebile equilibrio tra engagement dell’intellettuale e mantenimento, nella sua attività artistico-letteraria, di un certo margine di autonomia dalla coeva realtà storica e dal potere politico. Più che un quadro fondato su contaminazioni, circolazioni, reciproche influenze – che appartengono sovente a un tipo di storia croisée, con ambizione di «ripensamenti» di letture consolidate – il panorama intellettuale e istituzionale qui offerto poggia invece su contrapposizioni piuttosto nette, che per certi versi confermano interpretazioni già note. Tali divisioni rappresentano tuttavia la ragion d’essere dell’intellettuale, che costruisce l’autocoscienza del proprio ruolo a partire da una scelta di campo militante, che spacca le opinioni in fronti opposti. Non è un caso che la periodizzazione si apra e si chiuda con due eventi fortemente divisivi: l’affaire Dreyfus, evento che segna incontestabilmente la nascita dell’intellettuale moderno, e il 1956, con l’abiura kruscioviana dei crimini di Stalin contraddetta dalla brutale repressione della rivolta ungherese. Su questa linea dicotomica, i quattro capitoli del volume si strutturano su coppie oppositive che sono sia «interne» (tra socialisti-radicali e conservatori-tradizionalisti in Francia, tra interventisti e pacifisti nell’Italia giolittiana, tra fascisti e antifascisti durante il ventennio, tra schriftsteller e dichter in Germania, tra comunisti e anticomunisti nel secondo dopoguerra), sia inter-nazionali, una su tutte la differenza tra l’engagement pubblico dell’intellectuel francese e la bildung umanistica come fonte di legittimazione per i rappresentanti della kultur. Al di là delle peculiarità delle vie nazionali, la comparazione dal taglio sintetico – che si mantiene sempre agevole, vivace e ricca di contenuti e di stimoli, e che per forza di cose seleziona dei percorsi culturali lasciandone fuori altri – traccia una parabola ai cui estremi dapprima «gli intellettuali, fomentando le lotte tra fazioni […] si pongono come obiettivo la conquista di posizioni di potere» (p. 38), fino ad arrivare a uno stadio in cui, con i regimi totalitari e i partiti di massa, «sono i poteri statali a chiamarli in causa» (p. 85), attraverso un «progetto sugli intellettuali condotto dall’alto, messo in atto [mediante] un invadente piano di organizzazione della cultura» (p. 116).


Giovanni Cristina