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Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Sviluppo economico e disuguaglianza. La questione fiscale nel Giappone moderno 1873-1940

Andrea Revelant

Venezia, Cafoscarina, 377 pp., € 20,00 2016

n questo volume che costituisce la summa di un paziente e accurato lavoro di ricerca, Revelant analizza l’evoluzione del sistema fiscale nel Giappone moderno, con particolare attenzione al dibattito politico e istituzionale sulla sua riforma, in gran parte basandosi su fonti d’archivio in lingua giapponese. Il volume è in parte cronologico, in parte tematico, come i capitoli dal 3 al 7, ove sono analizzati da diversi punti di vista i progetti di riforma del sistema fiscale, da quello del 1918 sotto il governo di Hara Takashi, a quello del 1923 sul decentramento fiscale durante il governo di Katô Tomosaburô. Gli anni ’20 in Giappone furono caratterizzati dal sorgere di governi di partito, basati su maggioranze parlamentari. Il termine «democrazia Taishô», coniato dalla storiografia giapponese per definire questa stagione, interrotta nel 1931, è controverso, tanto che l’a. gli preferisce quella di «democrazia imperiale» coniato da Andrew Gordon (p. 233). Dato che la sovranità risiedeva nell’imperatore, gli esecutivi non rispondevano alla Camera bassa, eletta dal popolo. Gli oligarchi che guidavano il Giappone mantennero saldo il loro potere, attraverso i così detti «governi trascendenti», anche dopo la promulgazione della Costituzione nel 1890 e le prime elezioni politiche. L’a. rilegge questi eventi alla luce del dibattito sul sistema fiscale. Nonostante la proclamata intenzione di ridurre le iniquità del sistema, in particolare per gli strati rurali, la classe dirigente non trovò accordo politico soddisfacente su come riequilibrarlo. Riforme complessive furono sistematicamente bloccate, per la difficoltà di compenetrare le esigenze di equità, crescita economica e copertura della spesa pubblica. Particolarmente complessa la ricerca di un equilibrio tra finanza locale e centrale, come quella tra tassazione diretta e indiretta, con la tardiva introduzione delle imposte sul reddito e gli enormi ostacoli a un prelievo sui patrimoni. La svolta si ebbe solo dal 1936 e si completò nel 1940, quando il paese era ormai da tempo in guerra e ogni parvenza di partecipazione democratica era stata spazzata via. Pur non entrando nei dettagli, l’a. nota come anche nel periodo postbellico il sistema, dopo la «parentesi americana» tra il 1945 e il 1953, sia restato sostanzialmente nel solco della tradizione. Il volume ha notevoli pregi, anche se la necessità di coniugare sintesi e numerose informazioni per il lettore italiano, costringe l’a. a trattare molteplici aspetti e a utilizzare diversi registri, da quello economico a quello storico. Ne risulta una lettura non semplice, anche per la struttura del libro che rende evidenti alcuni aspetti di un capitolo solo leggendo il successivo. Nonostante questi limiti e alcune semplificazioni – ad esempio appare riduttivo definire i «moti del riso» del 1918 come esplosione del «conflitto di interessi tra coltivatori e consumatori» (p. 108) – i pregi del volume sono assai più numerosi e il lavoro di Revelant è sicuramente un riferimento ineludibile per chi voglia accostarsi allo studio della storia del Giappone moderno.


Marco Del Bene