SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Togliatti e la democrazia italiana

Alexander Höbel (a cura di)

Roma, Editori Riuniti, 332 pp., € 18,00 2017

Della storia del comunismo mondiale gli unici che ancora valga la pena di leggere oggi, anche per chi si trova a distanze siderali da quel mondo, sono, oltre va da sé a Gramsci, Lenin e Togliatti. Perciò nel 2014 fece benissimo Bompiani a pubblicare una raccolta monstre di testi di Togliatti (La politica nel pensiero e nell’azione). Ed è giusto continuare a studiare la figura del fondatore del «Partito nuovo», al di là di anniversari e scadenze obbligate. Questa raccolta di saggi storici, frutto di un convegno tenutosi nel 2014 in occasione del mezzo secolo dalla nascita del «Migliore», riflette sul suo ruolo all’interno della democrazia italiana, dalla sua (ri)costruzione a partire dal 1945 fino alla sua morte (di Togliatti, non della democrazia). Il leader comunista è studiato nei suoi diversi ruoli: il segretario di partito nei suoi legami con l’eredità del fascismo (Biscione) e di Gramsci (Liguori), nei suoi rapporti con gli intellettuali (Vittoria), con il Partito d’Azione (Ricciardi), con i sindacati (Del Rossi). Un certo spazio il volume riserva a Togliatti dirigente del comunismo internazionale, con gli interventi di Gozzini, D’Agata e Höbel. In Appendice, un saggio di D’Albergo sul Togliatti costituente. Inevitabili i vuoti: forse più interessante del rapporto con gli azionisti avrebbe potuto essere un pezzo che studiasse il dialogo con la Dc e/o con i cattolici. Sarebbe stato anche utile soffermarsi sull’attività di Togliatti ministro e parlamentare, cioè come uomo delle istituzioni, tanto più che il titolo del libro rimanda alla democrazia: e la democrazia vuol dire prima di tutto (anche se non solo) istituzioni, sebbene non fosse la concezione di democrazia condivisa da Togliatti e dai comunisti. Il principale limite del volume sta, infatti, nell’eccessiva aderenza di quasi tutti gli interventi all’oggetto studiato, senza troppe prese di distanze critiche. Non che Togliatti vada demonizzato, perché non è compito dello storico demonizzare alcuno (e questo vale anche per il fascismo, ovvio), ma ci si dovrebbe però staccare dall’agiografia. Anche perché non capiamo chi e che cosa oggi ci sia da difendere: alcuni interventi, infatti, sembrano prendere un approccio «militante» e muovere tenzone contro le interpretazioni «revisionistiche». Però nell’Italia contemporanea pensare che il problema sia quello della difesa della «memoria storica» di Togliatti e del comunismo ci fa davvero sorridere. Senza nulla togliere agli altri relatori, i due soli interventi che sembrano andare oltre un onesto commentario sono quelli di Martinelli e di Gozzini, sia pure in direzione opposta – nonostante i due siano stati coautori degli importanti volumi einaudiani di storia del Pci. Per Martinelli la morte di Togliatti spinse il Pci su una china che poi avrebbe portato all’apparente trionfo berlingueriano, solo il preludio del declino e della dissoluzione. Mentre per Gozzini sarebbe stato il legame ferreo con l’Urss, mantenuto ben oltre la morte di Togliatti ma da questo saldato con un filo d’acciaio, a rendere possibile la forza del Pci; una volta crollata l’Urss non poteva che franare tutto l’impianto della «via italiana al socialismo».


Marco Gervasoni