SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Tornacontisti, cadabubbi, panciafichisti. Mito e realtà della guerra a Cosenza (1940-1945)

Giovanni Sole

Soveria Mannelli, Rubbettino, 193 pp., € 14,00

Lo studio della guerra in provincia offre uno sguardo complementare alla grande narrazione della seconda guerra mondiale, sempre più spesso analizzata su scala globale. La prospettiva dal basso, concentrata sulla gestione a livello locale da parte delle autorità e sulle risposte della popolazione agli stravolgimenti provocati dal conflitto, può infatti fornire elementi preziosi per una comprensione più piena degli eventi bellici. In questa utile prospettiva di studi s’inserisce il tentativo dell’a. di presentare le vicende del fascismo cosentino alle prese con le difficoltà dell’Italia d’inizio anni ’40. Il caso di Cosenza apre, con risultati interessanti, uno squarcio sulla vita cittadina nei momenti cruciali del collasso del regime, costruendo una prospettiva locale sul deterioramento progressivo dei rapporti coi tedeschi e sullo sgretolamento delle istituzioni fasciste sul territorio. Il volume presenta inoltre uno spaccato della transizione politica e istituzionale che si attuò nella provincia italiana a seguito del 25 luglio 1943. Gerarchi che spariscono, riappaiono e si riciclano; lealtà politiche assai ondivaghe; un’epurazione fallita, con i posti di potere ancora saldamente nelle mani di «ex» fascisti. Un quadro, insomma, molto fluido anche a mesi di distanza dalla fine dei combattimenti e dal passaggio del controllo dalle autorità alleate a quelle italiane. Dal punto di vista metodologico il volume, adottando un approccio ibrido tra l’indagine storiografica, l’antropologia storica e la rassegna giornalistica, affronta le vicissitudini della città ponendo particolare attenzione alla traiettoria discendente del fascismo e dei suoi esponenti locali nei mesi che portarono alla caduta del regime. Il risultato è però insoddisfacente. La presentazione del quadro politico e sociale della Cosenza di quel periodo si riduce infatti a poco più di un riassunto dei giornali fascisti e dei rapporti stilati da federale e prefetto, piuttosto che alla ricostruzione degli equilibri e delle difficoltà di una città in guerra. Il testo fa proprio un linguaggio dal registro spesso colloquiale, tanto che spesso il lettore ha difficoltà a discernere la voce dell’autore da quella delle fonti utilizzate (effetto aggravato da un uso inadeguato, se non inesistente, delle citazioni dirette). Il capitolo fonti è altrettanto dolente. Troppo spesso l'unica risorsa su cui si fonda la ricostruzione è una serie di quotidiani fascisti locali, a cui si vanno ad affiancare sporadicamente le carte della prefettura cosentina. La narrazione della retorica del tempo diventa così difficilmente distinguibile dalla retorica stessa, con i temi e le finalità del discorso pubblico fascista riproposti senza quasi mediazione o rielaborazione storiografica. L’operazione tentata dall’a. manca infine di inserire gli eventi locali nel quadro nazionale e di sottolineare le particolarità del caso di studio rispetto alle altre realtà provinciali, rendendo meno chiara l’opportunità di concentrarsi sul caso stesso.


Marco Maria Aterrano