SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Towards a Unified Italy. Historical, Cultural, and Literary Perspectives on the Southern Question

Salvatore Di Maria

Basingstoke, Palgrave Macmillan, XV-263 pp., € 72,79 2018

La tesi al cuore del libro non brilla per originalità. L’Italia, fin dall’unificazione, sarebbe rimasta divisa tra regioni ricche, colte (the North) e altre arretrate, illetterate (the South). La dicotomia è assunta come dato costitutivo di un edificio nazionale intaccato alle fondamenta, inesorabilmente debole. C’è però da essere ottimisti, ci dice l’a., perché il paese, attraverso riforme socioculturali favorite dall’Ue, sembra finalmente sul punto di raggiungere il sospirato obiettivo di «fare gli italiani». A patto che i contendenti, the North e the South, prendano coscienza delle loro responsabilità, scelgano la via della pacificazione e, davanti al mondo globalizzato, rinuncino a retoriche identitarie ormai obsolete. A queste retoriche, descritte più che problematizzate, è dedicato il volume. L’Introduzione segue un percorso canonico. La diffidenza dei militari piemontesi verso i meridionali prelude al federalismo leghista. La delusione dei contadini del Mezzogiorno anticipa il grido di riscatto lanciato dal neoborbonismo. Due regionalismi in campo, con le proprie colpe, le proprie ragioni. Nel mezzo, tutto quel che è lecito attendersi: l’atavismo lombrosiano, il meridionalismo storico, il colonialismo fascista, la critica gramsciana, le frontiere di Eboli e i vari gattopardi. Un flusso slegato dai contesti, funzionale a chiarire i temi affrontati, anch’essi classici. Cioè, capitolo per capitolo: il mito di Garibaldi, il brigantaggio, il divario economico, l’emigrazione, il crimine organizzato, la ri-costruzione postunitaria. La Conclusione, invece, è centrata sui passi che il paese sta facendo «in the right direction» (p. 201). Ne soffre, e molto, la prospettiva storica. Il testo, schiacciato sul dibattito d’attualità e supportato da una bibliografia non sempre all’altezza, cerca risposte a domande scaturite da approssimazioni discutibili sul piano metodologico. Un esempio. Garibaldi era un ladro, come sostengono i borbonici di ieri e di oggi, o un eroe, come vuole il discorso risorgimentale? Per quanto nobili siano i propositi dell’a. – fornire agli anglosassoni un’immagine corretta degli italiani e disinnescare i contrapposti localismi – è inevitabile che su questa china si inciampi nello stereotipo intellettuale. Spesso ribadendolo (il sempiterno bandito sociale) o senza troppo smarcarsi da motivi noti (i retaggi feudali, le opportunità mancate). Sicché ci si chiede cosa restituiscano le pagine su emigrati e mafie, oltre l’impressione che per capire i nessi tra nation building, familismo italo-americano e crimine organizzato valga la pena rivedere Il Padrino di Francis Coppola. Detta altrimenti, se il presupposto è quello di misurare la distanza tra un eccezionalismo postulato a priori e l’isola felice offerta da una generica modernità, non resta che raccontare il cammino intrapreso da questi volitivi personaggi, gli italiani, nello sforzo di correggere l’inadeguatezza rispetto al civile progresso. Ma ci siamo quasi. Verso l’unificazione, dunque, stavolta per davvero: «the ever-elusive goal of “making the Italians” is finally within reach» (p. 25).


Giulio Tatasciore