SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Una pace necessaria. I rapporti italo-albanesi nella prima fase della Guerra fredda

Paolo Rago (a cura di)

Bari-Roma, Laterza, 290 pp., € 20,00 2018

Anche a uno sguardo superficiale risulta evidente il rilievo rivestito dai rapporti tra Italia e Albania. È un rilievo che si manifesta nella politica estera e nella diplomazia, ma che ha implicazioni in ambito militare (si pensi alla sensibilità italiana per i canali di Otranto e Corfù), economico (dai progetti ferroviari di fine ’800 a quelli per l’ottavo corridoio europeo), in tema di minoranze (dalla presenza degli arbereshe in Italia ai più recenti flussi migratori). Né si può dimenticare come nel corso del ’900 l’Italia sia più vol- te intervenuta in Albania: con l’occupazione di ampie porzioni del territorio shkipetaro durante la prima guerra mondiale, con la realizzazione dell’«unione personale» del 1939- 1943 o con l’organizzazione, in un contesto del tutto diverso, delle missioni Pellicano e Alba negli anni ’90. I contributi inclusi nel volume a cura di Paolo Rago hanno il pregio di esaminare i rapporti tra Roma e Tirana nella fase meno nota, quella della prima guerra fredda. Com- plici le recriminazioni dopo il secondo conflitto mondiale, il calare della cortina di ferro e l’affermazione del regime oppressivo di Enver Hoxha, i contatti tra i due paesi toccarono in questo periodo il punto più basso. Neanche la firma del trattato di pace nel 1947 e il ristabilimento di relazioni diplomatiche nel 1949 permisero un’autentica normalizza- zione. Come illustrano efficacemente Settimio Stallone (già autore di pioneristici studi in materia), Artan Hoxha e Sokol Dedja, si dovette attendere la morte di Stalin e l’avvio della coesistenza pacifica per la ripresa di un timido dialogo. In maniera in apparenza sorprendente, fu la dirigenza sovietica a incoraggiare Tirana a cercare una composizione con Roma, anche per evitare di farsi carico dell’indipendenza dell’Albania e della sua so- pravvivenza economica. L’Italia colse l’occasione, nella convinzione che l’indipendenza e l’integrità albanese rivestissero un valore essenziale, anche alla luce delle sempre presenti tentazioni espansionistiche di greci e jugoslavi. Questo dialogo sarebbe proseguito dopo la rottura di Hoxha con l’Urss di Chruščëv e il suo avvicinamento alla Cina di Mao. Nello stesso contesto vennero superati i contenziosi sui beni italiani confiscati in Albania al termine della guerra, sui connazionali rimasti lì forzosamente bloccati (Enri- keta Papa Pandelejmoni), sul recupero delle salme dei militari caduti oltreadriatico, sul fuoriuscitismo anticomunista albanese; molto più tempo avrebbe richiesto il negoziato sulle riserve auree della Banca Nazionale d’Albania (Anna Esempio Tammaro). In ma- niera analoga maturavano le condizioni per la conclusione dei primi accordi economici e commerciali; come rilevato da Antonio D’Alessandri, proprio in questo campo il dialogo tra Roma e Tirana si mostrò più concreto. Infine, un interessante approfondimento è dedicato ai rapporti tra il Partito del lavoro albanese, il Pci e le formazioni alla sua sinistra da Nicola Pedrazzi (autore di una corposa monografia sull’argomento, L’Italia che sognava Enver).


Francesco Caccamo