SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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«Vigor di vita». Il nazionalismo italiano e gli Stati Uniti (1898-1923)

Federico Robbe

Roma, Viella, 266 pp., € 24,00 2018

Federico Robbe, già assegnista di ricerca in Storia contemporanea presso l’Univer- sità di Bergamo, non è nuovo allo studio della storia delle relazioni transatlantiche: nel 2012 ha dato alle stampe L’impossibile incontro. Gli Stati Uniti e la destra italiana negli anni Cinquanta (Milano, FrancoAngeli). Ora, in «Vigor di vita», l’a. affronta in maniera originale la storia del nazionalismo italiano, dalla sua origine alla fusione con il Partito nazionale fascista, attraverso il prisma della «scoperta» del mondo statunitense da parte degli intellettuali nazionalisti. Che il ’900 sia stato il «secolo americano» è un giudizio che si afferma con la seconda guerra mondiale. All’inizio del secolo, al contrario, erano dominanti ancora parametri di valutazione squisitamente eurocentrici: gli stessi nazionalisti italiani erano degli attenti conoscitori (e a volte ammiratori) dei mondi francese e tedesco, mentre tendevano a confondere e sovrapporre la realtà americana con quella inglese. Del resto, la posizione nazionalista rifletteva un atteggiamento più generale delle élites e del pubblico italiani, poco propensi alla conoscenza della realtà americana. Basti pensare che, fino al 1917, quando gli Stati Uniti entrano in guerra, nessun quotidiano italiano e nessuna agenzia di stampa aveva un corrispondente a tempo pieno negli Usa (p. 52). Come emerge in maniera chiara dalla lettura del volume, a dispetto della progressiva affermazione del ruolo degli Stati Uniti nello scenario internazionale, i nazionalisti non affinano affatto l’analisi e non giungono a comprendere realmente il mondo statunitense, sebbene ostentino una lettura «realista» della politica estera. I giudizi sugli Stati Uniti sono infatti ispirati per lo più a una visione utilitaristica di politica interna e di «funzio- nalità» agli interessi nazionali. Gli stessi presidenti statunitensi vengono stereotipati in maniera quasi macchietti- stica. Così, Theodore Roosevelt, alla guida del reggimento dei Rough Riders durante la guerra ispano-americana, diviene l’incarnazione delle virtù guerriere del suo popolo; Wo- odrow Wilson è il portatore di civiltà quando giunge in Europa per combattere il barbaro tedesco. Senonché, nel giro di appena due anni, lo stesso Wilson verrà tacciato dai nazio- nalisti di essere una sciagura per l’Italia imperiale: la visione del presidente americano sul destino di Fiume e la sua idea di giustizia universale è definita dal nazionalista Francesco Coppola come «apocalittica» (p. 104). Nel 1920 i giochi su Fiume sono chiusi, così come il confronto dei nazionalisti italiani con gli Stati Uniti. A seguito della scelta isolazionista del neopresidente Harding, gli americani si rinchiudono sul fronte interno; la medesima chiusura avviene in casa del nazionalismo italiano, sempre più attento al confronto con il fascismo e poco interessato a quel mondo americano che sarà, invece, l’attore principale del ’900.


Giulia Simone