SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Giuseppe Gubitosi – 1940-2005

Conobbi Giuseppe Gubitosi nel 1968 quando lui aveva soltanto 28 anni. Stavo portando a termine la mia Storia politica della Prima guerra mondiale e cercavo un giovane studioso che mi aiutasse a stendere le note a pie’ di pagina. Non ricordo più chi me lo segnalò, ma ricordo che non appena lo incontrai ricevetti un’ottima impressione. Gubitosi insegnava in una scuola privata e lo assunsi immediatamente come collaboratore. Io scrivevo il testo e lui, servendosi delle mie schedine, della mia memoria e della mia biblioteca, metteva a punto le note. Se incontrava difficoltà mi chiedeva di risolverle insieme con lui. Sono certo che senza il suo prezioso aiuto il mio libro sulla guerra non sarebbe uscito nel 1969, ma molto più tardi. Fu lui, pertanto, la prima persona che mi fece piacere ringraziare nella premessa al libro. Giuseppe, inoltre, mi costrinse a lavorare assai più intensamente che nei mesi precedenti. Sapendo che sarebbe puntualmente arrivato ogni pomeriggio nel mio studio romano di via Tommaso Salvini, anche io non prendevo vacanze, se non eccezionalmente. In quei tempi ancora non insegnavo da nessuna parte.
A lavoro terminato, Giuseppe riprese a insegnare in quella sua scuola privata. Credo che abbia lasciato un ottimo ricordo nei suoi allievi tra i quali, mi disse un giorno, c’era stato Clemente Mimun, destinato a una brillantissima carriera di giornalista. Il mio libro fu pubblicato da Laterza e per un po’ di tempo ci perdemmo di vista.
Poi, un giorno, Giuseppe tornò da me a chiedermi consiglio. Intendeva concorrere a un posto di assistente presso l’Università di Trieste dove insegnava Enzo Collotti. Riteneva di non poter arrivare primo, ma probabilmente sarebbe entrato in terna. Come difatti accadde. Dopo qualche tempo, e per l’esattezza nel 1974, poiché allora insegnavo nella Facoltà di Scienze Politiche dell’Università Statale di Perugia e le leggi ce lo consentivano, ottenni che fosse trasferito nella mia Università. Ebbe inizio un nuovo e intenso periodo di collaborazione destinata a durare vent’anni, sempre priva di screzi e molto serena. Giuseppe aveva un carattere buonissimo e attribuisco a lui tutto il merito di questa serenità. Il 16 aprile del 1988, giorno in cui si sposò a Todi con Livia Pianelli, fui il testimone da lui prescelto. Festeggiammo gli sposi all’Hotel Bramante insieme con amici e parenti.
Negli anni di Perugia, gli interessi scientifici di Gubitosi si indirizzarono verso la storia della Calabria, sua terra di origine, verso la storia del cinema, sua grandissima passione, e verso la storia dell’Umbria, regione nella quale ha sempre insegnato. Fra le sue opere maggiori ricorderei la biografia del grande attore cinematografico Amedeo Nazzari, pubblicata dal Mulino nel 1998, la quale era stata preceduta da un breve saggio apparso in “Liberal” nel novembre 1997. Grazie a questo bel libro su Nazzari, Gubitosi ottenne il premio Diego Fabbri per la saggistica.
Un altro lavoro che lo impegnò a lungo fu la pubblicazione del Diario di Alfredo Filipponi, comandante partigiano, edito nel 1991 dall’Istituto per la storia dell’Umbria contemporanea, al quale premise una importante introduzione rivolta a illustrare la figura del Filipponi nei suoi rapporti col Partito comunista italiano. Altri suoi saggi riguardano Gramsci, gli Arditi del popolo in Umbria, il socialismo e il fascismo a Terni, la storia di Perugia tra fascismo e Repubblica, il fascismo calabrese.
Gubitosi aveva inoltre raccolto ampio materiale per una storia complessiva del cinema italiano negli anni del regime mussoliniano. Ma non la portò mai a compimento e fu un peccato, sia perché le notizie che ogni tanto mi dava delle sue ricerche mi inducono a pensare che sarebbe stata una storia bellissima, sia perché se l’avesse scritta gli sarebbe riuscito di vincere il concorso di professore ordinario, una soddisfazione che viceversa gli mancò e lo amareggiò non poco. Fu colpito da una grave forma di parkinsonismo ed è morto il 13 agosto 2005, quando in molti eravamo in vacanza.
Piero Melograni