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Il modello tedesco visto dall’Italia

(Testo provvisorio, da non citare senza autorizzazione)

Gustavo Corni
Facoltà di Sociologia Università di Trento

Il Mondo visto dall’Italia
Convegno della Sissco

Milano, Università Cattolica, 19-21 settembre 2002

I rapporti fra Italia e Germania sono stati molto intensi, sia nella fase antecedente l’unificazione nazionale, sia e soprattutto dopo. Rapporti intensi sul piano politico, militare, economico e culturale, che hanno coinvolto a livelli diversi e in forme diverse un gran numero di persone in entrambi i paesi. In questo saggio – va detto preliminarmente – ci occuperemo soltanto di come da parte italiana si è guardato alla Germania. Ulteriori, significative limitazioni alla nostra analisi sono date dal fatto che, nell’impossibilità di dare conto di tutti i diversi livelli di percezione della Germania da parte italiana, ci limiteremo a prendere in esame l’atteggiamento, le valutazioni, le immagini e gli stereotipi elaborati dalle classi dirigenti. Non si può tuttavia sottacere il forte impatto dell’immagine della Germania che si sono fatte (si sono dovute fare) generazioni di italiani emigrati verso quel paese, sia in forma stagionale, che duratura. Basti pensare che dai 4.000 immigrati italiani censiti ufficialmente nel 1871, si passò a ben 150.000 nel 1907. Decine di migliaia furono gli immigrati provenienti dall’Italia nell’ultima parte degli anni Trenta verso il potente alleato; ed ancora più intensi sono stati i flussi di emigrazione aldilà delle Alpi nel secondo dopoguerra. Il duro lavoro dei nostri connazionali, la loro piena disponibilità ad impegnarsi non hanno evitato l’insorgere di diffidenze e di discriminazioni, talvolta odiose. Da parte loro, per molti degli emigrati la Germania rappresentava una straordinaria possibilità di ascesa sociale (o di salvezza dal baratro dell’emarginazione), ma a costi umani molto alti. Basti vedere come il grumo di reciproche diffidenze esplose – a danno degli italiani – dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, quando gli ex-alleati divennero ora i traditori – per la seconda volta. Circa centomila italiani rimasero intrappolati in un destino davvero molto triste. Reciproche diffidenze che lasciarono il segno anche nella successiva ondata (anni ’50-60) di Gastarbeiter dalle regioni più povere del Mezzogiorno verso il paese nordico, nuovamente lanciato sul terreno della crescita economica.

Ancora, la nostra analisi non potrà prendere in esame il continuum cronologico, di circa un secolo e mezzo, per evidenti ragioni di spazio, per nostri limiti, per la mancanza di studi e di conoscenze adeguate su molte fasi. Ci limiteremo perciò ad analizzare alcune emergenze, che ci paiono particolarmente significative, nelle quali la Germania assurse a modello, in positivo ma anche in negativo, per le classi dirigenti ed intellettuali nostrane.

1. Stato nazionale e “germanesimo”

Nei due Risorgimenti, quello italiano e quello tedesco, vi sono indubbi elementi di analogia: uno stato trainante (rispettivamente Piemonte e Prussia), un intreccio fra diplomazia e guerre, una quasi perfetta simultaneità nei processi di unificazione. Vi sono però anche forti differenze, fra cui vorrei in primo luogo far rilevare l’assenza (o l’assai minore presenza) nel Risorgimento tedesco, il Vormärz, di un elemento democratico e popolare che è stato invece forte (anche se alla fine sconfitto) nel caso italiano. Questa differenza appare significativa soprattutto per quanto concerne l’atteggiamento poi assunto dall’Italia nei confronti della Prussia-Germania. In secondo luogo, nel Risorgimento italiano vi era fin dall’inizio una forte componente anti-“tedesca”, che faceva di Austria e Germania quasi un sol fascio; anch’essa avrebbe pesato nei rapporti fra i due paesi. In quello che recentemente Banti ha denominato “il canone risorgimentale”, capillarmente diffuso nella cultura e nella letteratura italiana del primo Ottocento, il nemico, l’aggressore ed oppressore viene generalmente identificato come “barbaro”, quindi come culturalmente e spiritualmente inferiore al popolo italiano stesso. Ciò costituisce ulteriore motivo di vergogna per restarvi soggiogati. In questo diffuso genere letterario, che ha uno dei suoi punti più alti (e di più larga diffusione) ne “Le mie prigioni” di Silvio Pellico, “austriaco” e “germanico” vengono largamente confusi e sovrapposti. Comunque, nei loro confronti predomina una cifra valutativa fortemente negativa. Frequente è il rimando alla storia (soprattutto al periodo dei Comuni medievali) dove l’invasore e nemico delle libertà nazionali è il Barbarossa, o più generalmente l’imperatore germanico. Si può cogliere già in questa fase l’ambiguità austriaco/germanico, che riemergerà in molti altri momenti cruciali di questa lunga vicenda storica.

Dopo l’unificazione italiana, la classe dirigente guardava soprattutto alla Francia, anche per il forte sostegno ricevuto da quest’ultima; il richiamo della Germania, con la sua forza militare, economica e culturale, iniziò ben presto, però, ad assumere un rilievo preponderante. Tanto che si parlò (in positivo o criticamente) di un imperante “germanesimo” – secondo la fortunata espressione polemica coniata nel 1894 dall’economista F. Ferrara. Tuttavia – come si può evincere da un approfondito studio sui resoconti di viaggio pubblicati da italiani, che si erano recati nel Reich germanico dopo il 1866/70 – in uno spettro assai ampio di valutazioni e di reazioni, prevaleva – secondo l’Autore – l’atteggiamento seguente: “Raramente, nel periodo considerato, nemmeno nei momenti di maggiore splendore, la Germania ha saputo conquistare il viaggiatore italiano, guadagnandone l’affetto, la partecipazione, il calore umano. La Germania è temuta e rispettata, si fa ammirare, s’impone, soggioga l’altrui volere, e forza l’ossequio, ma non sa destare negli altri lo spontaneo desiderio d’accostarsi e di condividere”.

Le dimensioni e la ricchezza degli influssi da parte tedesca nella fase di formazione dello stato nazionale italiano sono invero molto rilevanti. A titolo di esempio, si potrebbe ricordare l’incidenza di quella che finì per essere chiamata, con apprezzamento connotativi molto positivi, la “scienza tedesca”. Il cosiddetto “socialismo della cattedra”, quella fertile scuola di economisti e scienziati sociali che si proponeva di riformare il sistema capitalistico in modo da farlo funzionare al meglio e di cui fanno parte fra gli altri Gustav Schmoller e Max Weber, ha influenzato in misura profonda la nascente economia politica italiana. Cusumano, Luzzatti, Lampertico, Cossa ed altri, si interrogarono sull’opportunità di mantenere in piedi un liberismo economico che stava mostrando la corda di fronte alle oscillazioni della congiuntura internazionale, propendendo per un deciso intervento dello stato in economia, seguendo appunto il modello tedesco. La legislazione sociale bismarckiana, che si richiamava ai dettami dei Kathedersozialisten fu presa ad esempio in Italia, fra Otto e Novecento. Nitti, uno dei più intelligenti sostenitori del riformismo moderato, definì nel 1890 la politica sociale del Reich come “socialismo pratico e realizzabile”.

La giurisprudenza italiana in molti dei suoi esponenti più prestigiosi – da V. E. Orlando a Santi Romano, a C. F. Ferraris – fu profondamente influenzata nel suo formarsi dalle grandi scuole giuridiche tedesche, degli Jellinek, Savigny, Mitterauer, Gneist; da un lato, questa influenza andava nel senso di costruire i modelli teorici ed applicativi per uno stato di diritto forte, ben organizzato; dall’altro, Ferraris ed altri giuristi coevi si richiamavano ai modelli tedeschi del governo locale e del diritto delle autonomie. Non si possono dimenticare il forte influsso dello hegelismo sulla filosofia idealistica italiana, soprattutto a Napoli, e l’importanza della lezione dello storicismo tedesco di Ranke, Mommsen, Droysen per la nascente storiografia nazionale italiana. Per la costruzione di un sistema universitario nazionale, presupposto fondamentale per una nazionalizzazione della classe dirigente, ci si richiamò ancora una volta al modello prussiano-tedesco, che coniugava ricerca ed insegnamento: “Il modello tedesco fu quello costantemente più tenuto d’occhio, in tutta Europa, per l’intero secolo”. Né va sottovalutata l’influenza tedesca nelle scienze naturali, da Virchow a Moleschott, che ebbe l’onore di un seggio senatoriale a Roma.

Alla radice di questa lunga ed intensa fase in cui la Germania assurse a modello positivo per il neonato stato italiano, vi era la constatazione della forza politico-militare ed economica che questa mise in campo in quegli anni, culminando con la bruciante vittoria sui francesi nel 1870. Per alcuni germanofili, il ciclo più fecondo della cultura e della politica francese si sarebbe esaurito a Sedan, lasciando il campo libero al pensiero tedesco, moderno, razionale, non offuscato da elementi religiosi. Quello tedesco era un sistema statuale che dimostrava di funzionare molto bene. Lo stesso Kulturkampf, lanciato da Bismarck contro il cattolicesimo tedesco, era ben consentaneo agli umori anticlericali della classe dirigente italiana, alle prese con la questione romana; di converso, i cattolici italiani assunsero in quei decenni una posizione molto critica verso il Reich, accusato di fomentare il comunismo. Nelle parole de “L’Osservatore Romano” (nel 1875) le caratteristiche salienti del “germanesimo” sarebbero state “prostituzione, malattie sessuali, suicidi e alcolismo”.

Certo, vi erano profonde differenze culturali, di “civiltà” – come allora si usava dire. Particolarmente significativo a questo proposito mi pare il ragionamento svolto da P. Villari, uno dei massimi storici italiani dell’Ottocento, nel suo saggio L’Italia, la civiltà latina e la civiltà germanica (del 1861). Pur ammettendo una netta antitesi fra le radici culturali delle due civiltà, Villari – adottando una visione ciclica della storia – riteneva che in questa fase la civiltà italiana, in crisi, avrebbe potuto arricchirsi e rinvigorirsi adottando elementi della (in quel preciso periodo storico) superiore civiltà germanica. Lo stesso Villari, alla luce della deludente prestazione militare italiana nel 1866 (a confronto con la vittoria prussiana contro l’Austria) parlò di una “vittoria morale dell’idea nuova della scienza adulta e robusta della volgarizzata cultura sociale”. Germania significava tout court “moderno”, “nuovo”, “forte”. Secondo l’azzeccata sintesi di S. Lanaro, la Germania “offre un folto repertorio di paragoni a tutti coloro che sognano potenza militare, prosperità economica, spregiudicatezza commerciale e ampliamento delle competenze dello stato”.

Certo, non si trattava di un’ammirazione acritica e priva di oppositori; molti esponenti della classe politica liberale espressero dubbi ed aperti timori, a partire dallo stesso Cavour, il quale già nel 1848 parlando al parlamento sabaudo aveva osservato: “Il germanesimo appena è nato e già minaccia di turbare l’equilibrio europeo, già manifesta pensieri di predominio e di usurpazione”. Preoccupazioni che furono poi espresse più volte, in forme diverse; Ruggero Bonghi, uno dei maggiori esponenti della Destra, nel 1870 criticava “un esorbitante primato della Prussia, in balia di un re glorioso, di razza guerriera ed ambiziosa e saturato di diritto divino”. Egli metteva in evidenza una differenza qualitativa decisiva fra il processo di unificazione italiana e quello tedesco; mentre questo si sarebbe svolto secondo fini dinastici ed egoistici, il Risorgimento italiano avrebbe avuto una qualità morale superiore, illustrata fra l’altro dal richiamo al libero consenso dei cittadini, attraverso i plebisciti. Altri critici sottolineavano come l’unificazione nazionale tedesca avesse un contenuto nazionalistico e di “assoluta superiorità del germanesimo sulle altre genti”.

Con l’avvento al potere della Sinistra, nel 1876, prese il sopravvento la valutazione positiva nei confronti del modello bismarckiano. Critici degli eccessi del parlamentarismo alla francese, da P. Turiello a S. Spaventa, teorizzarono l’identità forte fra stato e nazione secondo il modello tedesco, anche se temperata da una sensibilità sociale. L’ammirazione verso la Germania, rafforzata dalla stipula della Triplice Alleanza (nel 1882), raggiunse il suo culmine con Crispi, fervente ammiratore di Bismarck, e poi in occasione della crisi di fine secolo. Nel suo famoso intervento “Torniamo allo Statuto” (del 1897), in cui proponeva una svolta autoritaria (accompagnata dalle cannonate di Bava Beccaris a Milano). S. Sonnino argomentava che “se vogliamo uscire dalla crisi del sistema politico italiano, dobbiamo seguire il modello tedesco”. Ma anche all’altro estremo del panorama politico, i socialisti italiani guardavano al partito fratello tedesco come a un insuperato modello, sul piano tattico, teorico ed organizzativo. Weiss conclude così la sua accurata panoramica sulla stampa periodica e sulla ribellistica italiana: “In generale si può sostenere che il sistema politico tedesco abbia suscitato un effetto di imitazione e di attrazione soprattutto nei momenti di crisi dello stato liberale in Italia”

2. La Germania e la colpa della guerra

Accanto al forte e diffuso desiderio di imitazione, all’ammirazione che una larga parte della classe dirigente ed intellettuale italiana mostrava verso la Germania ed i suoi successi, le critiche – certo non assenti neppure nei decenni precedenti – iniziarono ad addensarsi nei primi anni del Novecento. Cresceva infatti la preoccupazione verso l’aggressivo militarismo germanico e verso le sue smodate mire espansionistiche. Mi pare significativa una citazione da un articolo del 1905 di Guglielmo Ferrero, uno storico che negli anni precedenti era stato fra gli esponenti del gruppo germanofilo; egli scrive, sprezzante: “Nelle case dei ricchi i bambini sono educati ad emettere dalle tenere laringi le orrende gutturali tedesche. In tutte le amministrazioni pubbliche appare un personaggio nuovo che, sventuratamente, nessun Goldoni, Moliére e Aristofane ha saputo descrivere: la caricatura del prussiano. Le Università si mutano in gigantesche gabbie di pappagalli teutonici”. Il riferimento conclusivo era rivolto alla cospicua presenza di docenti universitari italiani, che si erano formati o specializzati – per periodi più o meno lunghi – nelle università tedesche. Fra gli intellettuali italiani d’inizio secolo iniziò ad affermarsi la visione di un’insuperabile dicotomia fra “mondo latino” e “mondo germanico”. Una dicotomia nutrita dallo spirito nazionalistico virulento, che caratterizzava soprattutto le nuove generazioni intellettuali, quelle delle riviste fiorentine.

E’ però interessante notare come il violento antigermanesimo di un Prezzolini o di un Soffici si nutrisse in effetti di argomenti desunti dalla cultura tedesca, di cui erano imbevuti, ad iniziare dal superomismo di Nietzsche. Vorrei aggiungere un’esplicita citazione di Papini, risalente al settembre 1914, quando il dibattito fra interventisti e neutralisti non aveva ancora raggiunto l’apice: “Noi siamo contro la civiltà tedesca. La civiltà tedesca è meccanica e astratta (…)La cultura tedesca non è cultura, ma è istruzione, erudizione, classificazione. Ondeggia fra la nebulosità più inutile e il materialismo più gretto. Il pensiero tedesco non è pensiero, ma formula e formalismo”. Questo completo rovesciamento di valori (la cultura riverita fino a quel momento diveniva Kultur da respingere) non fu indolore. Vorrei fare un esempio da G. A. Borgese, fine critico letterario e giornalista ed ottimo conoscitore del mondo tedesco, del quale fu a lungo un entusiastico ammiratore. Nel 1909 egli pubblicò un libro, frutto di un soggiorno biennale e costruito per bozzetti, talora molto gustosi ed acuti; non è perciò facile cogliere la sua interpretazione di fondo. Tuttavia, si può notare come egli fatichi a rinunciare del tutto alla precedente ammirazione: “Così come sono, i Tedeschi d’oggi restano la razza d’uomini più sani e più saggi che popoli l’Europa”. Borgese osserva una sostanziale decadenza di quel modello finora così ben funzionante; decadenza provocata da “insaziabile sete di ricchezza” e da un eccesso di ambizione. In questo turbine di accelerata modernizzazione la Germania avrebbe perso i saldi legami morali con la sua tradizione. Non a caso, Borgese concentra le sue osservazioni su Berlino, la metropoli più americanizzata del continente europeo, e sui costumi sessuali, soprattutto delle donne, di cui deplora l’eccessiva libertà. Sottinteso è il riferimento ai valori che invece permangono in una civiltà ancora largamente rurale e pre-moderna, come quella italiana. Tuttavia, Borgese ritiene che “una germanizzazione dell’Europa (sotto forma di penetrazione economica e culturale, N.d.A.) è un fantasma di menti malate”.

Lo scoppio della guerra, le notizie (vere o false che fossero) sugli efferati crimini compiuti dai soldati tedeschi contro l’inerme ed innocente popolazione belga – che ebbero vasta risonanza da noi – e lo scontro fra interventisti e neutralisti hanno dato un colpo mortale all’immagine, già vacillante, del modello tedesco da ammirare e da imitare. La pubblicistica coeva su queste tematiche è molto ricca ed alcuni titoli, esemplificativi, parlano da soli: Civiltà Francese e Civiltà Germanica di G. Giacchetti, La cultura tedesca e la civiltà latina nella guerra europea di P. Romano, La cultura germanica e la guerra per l’egemonia mondiale di G. Sanarelli (tutti editi fra il 1915 ed il 1916). E’ curioso che fra questi accesi nemici della Kultur germanica vi fosse anche quel Giovanni Preziosi, che qualche decennio dopo sarebbe stato fino all’ultimo – nelle fila della Rsi – uno dei fedelissimi di Hitler in nome del razzismo. Una vera e propria crociata venne bandita dalla stampa nazionalista ed interventista, coinvolgendo larghi settori di quell’intellettualità che fino a pochi anni prima aveva studiato nelle università tedesche e letto autori tedeschi. La contrapposizione fra latinità e germanità, fra civiltà e barbarie, tornò con prepotenza in primo piano. L’argomentazione prevalente era quella che, se non ci si scrollava di dosso la sottomissione al “modello germanico”, non si sarebbe stati in grado di portare l’Italia al rango delle nazioni europee più potenti. Facciamo qualche esempio; Ugo Ojetti, influente giornalista del “Corriere della Sera”, scriveva in un libello, intitolato L’Italia e la civiltà tedesca (del 1915): “Fino il greco e il latino che hanno fatto imparare sulle grammatiche dei signori Curtius, Müller e Schulz (…)La cultura è stata posta nel luogo della civiltà, la specialità nel posto del gusto, l’intellettualismo nel luogo dell’intelligenza, la sapienza nel luogo del buon senso e spesso del senso comune”. A sua volta, il già ricordato G. Ferrero affermò lapidariamente che la guerra era “un’opera genuina dello spirito germanico”.

Un esempio estremo (ma non troppo) di questa intensa campagna anti-tedesca, che avrebbe poi continuato a farsi sentire anche dopo la fine della guerra, è un volume di E. M. Gray, un nazionalista che poi sarebbe passato nelle file fasciste; questi argomenta con dovizia di elementi, e in assoluta buonafede, che il popolo germanico, avendo “l’annessione nel sangue”, avrebbe da tempo preparato una fitta rete di spionaggio, di controinformazione – diremmo con parole d’oggi – in Italia e in tutti gli altri paesi, per scompaginare l’opinione pubblica in caso di guerra, demoralizzarla e irretirla: commercianti, studiosi, viaggiatori tedeschi, ma anche innumerevoli italiani (perlopiù inconsapevoli) si sarebbero fatti strumento di questa raffinata operazione; parla così di “invasione di professori tedeschi che esercitano l’arte loro con la correttezza di mercanti armeni” (p. 85). Altrove, dimostra come “l’invasione tedesca commerciale in Italia abbia paralizzato e soffocato il movimento economico italiano con forme più lente meno brutali ma non meno micidiali di quelle che può assumere un vero conflitto armato italo-germanico”. Il libello si chiude in modo minaccioso: “…mentre le terribili talpe scavano, scavano il generoso suolo d’Italia” (p. 261).

Di fronte alla diffusione massiccia di questi rozzi e schematici stereotipi, si levarono poche ma autorevoli voci. Una fra tutte va ricordata: Benedetto Croce, il più influente intellettuale italiano fra Otto e Novecento, che aveva saldi legami e profonda conoscenza della cultura tedesca. In questa fase cruciale, il filosofo napoletano venne sistematicamente attaccato dalla stampa interventista e nazionalista come “germanofilo”. Egli scrisse pagine importanti contro queste rozze schematizzazioni, secondo le quali la guerra andava giustificata in quanto combattuta contro una civiltà perversa. L’argomentazione di Croce non muoveva tanto dalla necessità di difendersi, di salvaguardare il proprio profilo intellettuale, quanto dall’esigenza di smussare il radicalismo dei nazionalismi contrapposti ed esasperati. Inoltre, Croce opportunamente richiamò gli intellettuali nostrani a non dimenticare gli apporti positivi, che nei decenni precedenti essi avevano tratto proprio da quella ora vituperata cultura germanica. In un’intervista al “Corriere d’Italia”, dell’ottobre 1914, egli dichiarò: “Noi, neutrali, molto spesso abbiamo parlato come di cosa evidente della barbarie germanica. Fra tutti gli spropositi, frutti di stagione, questo otterrà il primato, perché certo è il più grandioso”. In un passo di un altro scritto, poi raccolto nel 1919 nel volume L’Italia in guerra, il filosofo scrisse: “Per molto tempo la scienza, il metodo, la serietà, l’accurata informazione germaniche sono servite agli studiosi italiani come bandiera e insieme come arma, onde pugnaci si stringevano tra loro respingendo dalla loro cerchia i dilettanti, i pigri, gli improvvisatori, gli acciarpatori. Conoscere il tedesco e le pagine dei libri tedeschi, tenersi al paro del moto della scienza è stato il mezzo per provincializzare la scienza italiana e ammodernarla, affiatarla con la cultura europea”. Parole di saggezza, che fotografavano con realismo la situazione, ma che furono sommerse dal dilagante nazionalismo, sia durante la guerra, che nel periodo immediatamente successivo, che vide il trionfo del fascismo.

3. Civiltà e barbarie: il modello tedesco e la superiorità del fascismo

I rapporti fra i due movimenti radicali d’estrema destra, che sorsero in modo quasi contemporaneo ed in forme simili nell’immediato dopoguerra sono stati oggetto finora di un’attenzione solo superficiale, e comunque strumentale alle più generali analisi di politica estera dei due regimi. Sta di fatto che per lungo tempo da parte italiana si guardava con attenzione a circoli dell’estrema destra tedesca, quali lo Stahlhelm, piuttosto che al partitello bavarese di Hitler. Vi fu un persistente squilibrio fra i due movimenti e fra i due “duci”, con Hitler che guardava apertamente a Mussolini come suo modello, mentre il capo del regime fascista considerava in modo condiscendente il suo “imitatore”; è nota la prolungata opposizione di Mussolini ad un incontro con Hitler, da questi cercato in ogni modo. D’altra parte, si deve ricordare che una delle matrici ideologiche del fascismo era proprio quel nazionalismo aggressivo, che negli anni immediatamente precedenti il conflitto mondiale si era nutrito di un radicale antigermanesimo. A lungo, Mussolini oscillò fra una visione rigorosamente nazionale del fascismo ed una sua lettura in chiave sovra-nazionale, fino a sciogliere il dilemma nella voce “Fascismo” scritta nel 1931 per l’Enciclopedia Italiana, in cui affermò con enfasi che il fascismo era una dottrina di valore universale, destinata a dominare il mondo con il suo innovativo programma. Di due anni precedente era stata la fondazione della rivista “Antieuropa”, diretta da A. Granelli e dedicata proprio a diffondere il verbo fascista su scala internazionale; la rivista è ricca di spunti polemici contro il “mito nordico”.

D’altro canto, fra i nazionalsocialisti più radicali (soprattutto sul piano del razzismo) non mancarono fin dall’inizio velenosi attacchi contro la bassa qualità razziale degli italiani; per tutti, citerei Rosenberg, il quale scrisse tout court di un’”africanizzazione” dell’Italia meridionale. Pregiudizi che sarebbero riesplosi al momento del “tradimento” – dopo l’8 settembre 1943 – sospingendo gli italiani (lavoratori coatti, IMI, popolazione civile nei territori occupati) ai gradini inferiori della scala gerarchica razziale.

Anche dopo l’ascesa di Hitler al potere l’atteggiamento di superiorità di Mussolini e del fascismo non cambiò; valga per tutti quanto proclamato da Mussolini in occasione di un discorso tenuto a Napoli, nel settembre del 1934: “Trenta secoli di storia ci permettono di guardare con pietà talune dottrine d’Oltralpe sostenute dalla progenie vigente, che ignorava la scrittura con la quale tramandare i documenti della propria vita, del tempo in cui Roma aveva Cesare, Virgilio ed Augusto”. Il riferimento era chiaramente alle dottrine razziste ed antisemite, che Mussolini e tutto il fascismo consideravano aberrazioni. Qualche anno prima il Duce aveva affermato pubblicamente: “L’antisemitismo è un prodotto della barbarie, mentre il Fascismo si basa sulla civiltà superiore”. Svariati interventi sull’autorevole rivista “Critica Fascista” sottolineavano come l’aspro razzismo dei nazionalsocialisti andasse contro quei valori religiosi consolidati, che stanno alla base dell’identità nazionale, nel caso italiano. Parimenti, si faceva rilevare come anche sul terreno delle riforme economico-sociali, in senso corporativo, Hitler arrivasse buon secondo rispetto al ruolo pionieristico svolto dal regime mussoliniano.

Nelle stesse pubblicazioni ufficiali del regime, pur riconoscendo che l’ascesa al potere del nazionalsocialismo avesse rappresentato “il trionfale successo (…) delle forze più vive, più giovani, meglio organizzate e coraggiose del popolo tedesco”, si faceva rilevare come l’opinione pubblica italiana fosse scettica e diffidente di fronte ad una stretta alleanza fra i due regimi, pur ideologicamente vicini.

Pur senza alcuna pretesa di completezza, prendiamo alcuni esempi, che ci paiono significativi per evidenziare l’attenzione suscitata dal trionfante nazionalsocialismo, ma anche la netta presa di distanza nei circoli dirigenti ed intellettuali del regime. Delio Cantimori, uno dei più importanti storici italiani del Novecento, fu come molti suoi coetanei affascinato dal fascismo, nel cui seno si formò, per poi compiere un complicato processo di sganciamento che lo avrebbe portato all’antifascismo, nelle file del Partito Comunista. Cantimori ebbe stretti legami di formazione con il mondo tedesco, dove trascorse lunghi soggiorni di studio. I suoi scritti, che ne attestano la profonda conoscenza delle vicende politiche e delle sottostanti correnti teoriche a Nord delle Alpi, sono numerosi, e vanno dalle recensioni a lunghi saggi, come le Note sul nazionalsocialismo (del 1934) e Germania: storia e problemi politici (del 1940); fu Cantimori a tradurre uno dei più lucidi teorizzatori della dittatura hitleriana: Carl Schmitt. Secondo lo storico pisano, il fascismo aveva una netta superiorità qualitativa rispetto al nazionalsocialismo: “Siamo troppo sicuri di noi, della nostra cultura, della nostra civiltà, per dovere sempre stare in guardia (…) e per temere di venire a più stretto contatto con la vita degli altri popoli”. Il fascismo era frutto di una storia assai lunga – secondo Cantimori – e costituiva la conclusione del processo risorgimentale, rompendo con lo status quo; laddove, il nazionalsocialismo, pur ricco di fermenti innovativi, sarebbe stato più legato alla tradizione prussiano-tedesca. Quindi, nessun senso di inferiorità, anzi; egli rigettava decisamente l’idea che la dottrina d’Oltralpe potesse costituire un modello per l’Italia. Un altro storico, profondo conoscitore della cultura tedesca, Ernesto Sestan, svolse acute riflessioni sui parallelismi fra le due vicende storiche nazionali, culminate nel fascismo in Italia e, rispettivamente, nel nazionalsocialismo in Germania. Ricollegandosi idealmente a studiosi liberali (il De Ruggiero della Storia del liberalismo europeo del 1925 e il Croce della Storia d’Europa nel secolo decimonono, di sei anni posteriore), Sestan si mostrava erede di una “storiografia etico-politica italiana, che vede i due processi di unificazione alla luce di una dialettica fra Geist e Macht, nella quale il Risorgimento italiano rappresenta la prevalenza dello spirito”.

Se dagli esempi di due intellettuali oscillanti fra adesione e critica passiamo ad un esponente a tutto tondo del regime fascista, come Bottai, ritroveremo alcune linee comuni. Fin dalla metà degli anni ’20 Bottai aveva preso posizione contro l’antisemitismo nazionalsocialista; ma soprattutto aveva posto l’accento sulla superiore qualità etica del fascismo e sulla sua maggiore capacità di coinvolgimento: “Manca alle masse, che costituiscono le associazioni tedesche, di cui abbiamo parlato, l’impeto giovanile, l’audacia, lo spirito di sacrificio, la genialità fattiva delle nostre vecchie squadre, mancano ad esse uomini veramente politici, nonché idee semplici e giuste”. Negli anni seguenti, pur mantenendo un atteggiamento quasi aristocratico di superiorità (quando nel luglio 1933 venne ufficialmente invitato a tenere alcune conferenze in Germania, solo Mussolini riuscì a convincerlo ad accettare, con la cruciale avvertenza di parlare in italiano e di argomentare con forza sulla primogenitura e sull’originalità della “via italiana”), Bottai dovette adattarsi al mutare della strategia mussoliniana di politica estera. Tuttavia, non mancò di rimarcare la distinzione fra “fratellanza” e “solidarietà” nei rapporti fra i due regimi; solo la prima poteva valere – ai suoi occhi – ma nei termini di una “comune posizione ideale di fronte alle democrazie reazionarie”. Per fare un’ulteriore esempio, nel dibattito fra razionalisti e “piacentiniani”, che caratterizzò le vicende dell’architetture e dell’urbanistica fascista, “teutonico” era un aggettivo spregiativo usato dai secondi per respingere le posizioni teoriche dei razionalisti, accusati di tradire la tradizione della romanità in nome dell’imitazione di mode straniere deteriori e inferiori.

Lo stringersi dei legami politici e militari, osteggiato al vertice da esponenti di primo piano del regime come Balbo e Bottai (e favorito invece da Ciano, che ragionava essenzialmente in termini di realismo politico), non modificò granché l’atteggiamento prevalente dell’opinione pubblica – nella misura in cui questa è ricostruibile alla luce delle fonti di polizia. Commentando gli esiti della prima visita ufficiale di Hitler a Roma, nel maggio del 1938, ha scritto E. Kuby: “Le masse non stanno al gioco, per loro il duce più Hitler vale meno del solo duce. Esse intuiscono confusamente che l’uomo coi baffetti, sebbene faccia una figura assai meschina accanto a Mussolini, in realtà è il più potente. E questo, alle masse, non garba affatto”.

La propaganda ufficiale del regime, da parte sua, giustificò l’alleanza in termini di “marciare assieme”, mettendo l’accento sul parallelismo ma allo stesso tempo anche sull’autonomia di ciascuno dei due regimi rispetto all’altro, sul piano ideologico e della strategia politica. Particolarmente significativo, perché tradisce la (implicita) consapevolezza del fascismo italiano di essere “inferiore” – nonostante le roboanti affermazioni di superiorità storico-culturale – mi pare l’argomento addotto da uno dei propagandisti di maggior successo del regime: M. Appelius. Dopo aver ribadito con forza che Italia e Germania camminavano insieme “sulle strade dei rispettivi destini che avevano moltissimi punti in comune”, egli prosegue: “La Rivoluzione nazionale di Adolf Hitler, facendo trionfare nuove idee politiche, economiche e sociali, cancellò nel cervello germanico il modo di pensare tedesco sull’Italia e sugli italiani. La nuova Germania è entrata nell’ordine di idee di avere come massima amica in Europa una Italia grande e potente”. Ciononostante, nella fase della neutralità e poi al momento dell’entrata in guerra, pur nella varietà di atteggiamenti della gente, prevaleva nettamente una profonda ostilità nei confronti dell’alleato, tanto “da far quasi pensare ad uno spirito di rivolta generalizzato”.

D’altra parte, il mito tedesco, fondato su forza, efficienza, potenza economica e militare, continuava a dare i suoi frutti: le decine di migliaia di italiani e di italiane, che negli anni immediatamente precedenti avevano risposto ai bandi di reclutamento di forza lavoro da inviare nel Reich (e che continuarono a farlo anche dopo lo scoppio della guerra) ne erano vittima tanto quanto tutti quei cittadini, esponenti del regime e gente comune, che erano convinti che, alleati della Germania, si avrebbe partecipato ad una guerra breve e vittoriosa.

L’ultima stagione del fascismo ancora al potere può essere analizzata – per il tema che qui ci interessa – attraverso il prisma di “Primato”, la rivista fondata da Bottai nella primavera del 1940, che raccolse fra i suoi collaboratori e redattori un multiforme gruppo di intellettuali, molti dei quali di lì a poco si sarebbe spostati sul fronte dell’antifascismo. In uno dei primi editoriali, Bottai scriveva: “Il vaticinio di Mussolini si compie: l’Europa combatte oggi la guerra preparata dal Fascismo, dalla sua critica demolitrice e ricostruttrice, dalla sua audace polemica, che ebbe già in Africa e in Ispagna i suoi primi collaudi” (p.58). La primogenitura viene perciò ribadita con forza, entro un quadro – quello europeo – che è mutato; su questo canovaccio la rivista intesserà, nei successivi fascicoli, una serie di interessanti contributi nei quali – pur in un linguaggio cauto a causa della situazione di alleanza militare – si ribadiva che all’Italia fascista, grazie alla sua qualità culturale, sarebbe dovuto toccare un ruolo di primo piano nell’organizzazione del “nuovo ordine europeo”. Tanto più dopo il crollo militare e politico della Francia, ai cui influssi culturali guardavano molti intellettuali di regime. Vediamo qualche esempio di questo tortuoso percorso, la cui illusorietà appare ai nostri occhi assolutamente evidente, alla luce della preponderanza militare, economica e politica della Germania hitleriana. M. Lupinacci, in uno dei primi articoli della rivista, scriveva: “E poi potrebbe essere precisamente la guerra che assegna a una forte Italia nazionale il compito di insegnare ai popoli perplessi fra tante dottrine, storditi da tante parole, una realtà emersa da duemila anni di storia” (p. 107). Due anni dopo, un articolo non firmato affermava il ruolo decisivo della Germania nella storia europea e mondiale, ma precisando: “Per quello che di europeo e non di semplicemente nazionalistico o razzistico” essa ha prodotto finora (p. 241). Nell’editoriale non firmato dell’agosto 1942, all’interno di un’analisi del termine “ordine nuovo” (d’estrema attualità), leggiamo: “Sarebbe d’altra parte un’idea puramente barbara e reazionaria quella per cui il nuovo ordine debba consistere solo nel sovrapporsi di una razza a un’altra, sia pure sotto le mentite spoglie di una diversa ideologia” (p.281).

I margini si facevano però vieppiù ristretti, e la realtà esterna stava ormai prevaricando sulle illusioni di questa schiera di giovani e brillanti intellettuali. Sulle pagine della rivista Bottai richiamò più volte la necessità che i fascisti smettessero di considerarsi autocompiaciuti come “pur campioni dello spirito, in un’Europa piena d’armi e di lavoro” (p.251). Neppure tanto sottinteso era il riferimento alla necessità di un supremo impegno militare, se non si voleva restare inesorabilmente subordinati al Terzo Reich.

Giaime Pintor, uno degli esponenti più interessanti del gruppo raccolto da Bottai attorno alla rivista e profondo conoscitore della letteratura e della cultura tedesca, rilevando (con un lieve tono critico) come la cultura tedesca si stesse ormai trasformando in una cultura di guerra, scriveva nel febbraio 1941: “A chi voglia giudicare tra i limiti rimane solo una misura di paragone: l’esito dell’impresa (…) Ma finché il successo accompagnerà le grigie armate del Reich e sulle città conquistate sventolerà la bandiera bianca e rossa, non vi sarà posto in Europa per altri uomini e per un’idea contrastante” (p.126). Le speranze di Bottai, di Pintor, e di altri, che fosse possibile instaurare all’interno del “nuovo ordine” rapporti “non subalterni” con l’alleato d’Oltralpe, si fondavano su un fondamento ormai inesistente: “Il mito rinnovato del Risorgimento, dell’autonomia e dell’indipendenza delle nazioni, era l’immagine più adatta per contrastare quel futuro regolato da un Nuovo Ordine che si prospettava nell’Europa dominata dalle bandiere brune”. Era la nemesi del fascismo, che aveva largamente contribuito a questo dato di fatto. Le contrastanti impressioni di Pintor dal convegno degli scrittori europei, tenutosi a Weimar nell’ottobre 1942, con quel lungo elenco di intellettuali di regime (l’anziano Papini, in primo luogo) che si “sottrassero” all’impegno di dare vita ad un nuovo ordine internazionale della cultura e della letteratura rispecchiano crudamente il fallimento del progetto bottaiano, di preservare la supremazia culturale italiana. Il crollo del fascismo era alle porte.

4. Due incubi: Weimar e il Leviatano

Faremo ora un salto cronologico molto ampio, dovuto ai motivi ricordati all’inizio, non prima di aver accennato al fatto che fin dal primissimo dopoguerra la nuova classe dirigente italiana cercò di mettere rapidamente da parte la questione della “colpa collettiva”, valutando la centralità di una Repubblica Federale democratica, pacificata, nello scontro con il blocco comunista. In questa direzione andarono i primi sforzi della diplomazia italiana, tesa a inglobare la Rft nel processo di unificazione europea. Assai interessante mi pare il tono delle corrispondenze di Indro Montanelli, inviato del “Corriere della Sera” in Germania negli anni del dopoguerra. Servendosi della categoria del totalitarismo, per corroborare l’importanza cruciale di un’occidentalizzazione della Rft, Montanelli metteva in risalto le doti di operosità e di decoro del popolo tedesco, nella loro accezione più kleinbürgerlich. Venne ben presto accantonata l’interpretazione che, sul finire della guerra, Croce aveva dato del nazionalsocialismo; riprendendo tematiche che abbiamo già incontrato più volte, riguardanti la differenza qualitativa fra l’evoluzione storica italiana e quella tedesca, il filosofo aveva argomentato – come è noto – che il fascismo non fosse che una parentesi nell’evoluzione storica nostrana, mentre il nazionalsocialismo affonderebbe le sue radici in profondità nella storia e nella cultura tedesche. D’altro canto, oltre a forti motivi di politica internazionale e di strategie economiche, non si può dimenticare che il cattolicesimo politico italiano fin da prima della Prima guerra mondiale aveva dedicato un’attenzione “quasi ossessiva” al modello di centro praticato sia negli anni di Weimar che dopo il 1945 dai cattolici tedeschi. Tuttavia, un sottofondo di diffidenza e di sospetto è rimasto, nell’opinione pubblica italiana, tanto da far parlare Romeo di “antigermanesimo quasi razzista”. Diffidenza intrisa di una sensazione di inferiorità, gioiosamente superata d’incanto grazie alla tanto sospirata vittoria per 4 a 3 ai Campionati mondiali di calcio del Messico (1970).

Nel corso degli anni ’70 la cultura italiana ha guardato alla Germania soprattutto focalizzando due aspetti, che appaiono contradditori. In una situazione politicamente delicata per il nostro paese (un’elevata instabilità politico-governativa appaiata dall’emergere virulento di movimenti estremisti, sia di destra che di sinistra, sfociati in parte nel terrorismo e nello stragismo) si è acceso da un lato un ampio ed interessante dibattito storiografico e politico sull’esperienza della repubblica di Weimar. Dall’altro, vi è stata una forte attenzione sui rischi di una deriva autoritaria nella Rft. Mi pare particolarmente significativo che protagonisti di entrambi questi nodi di attenzione siano stati soprattutto intellettuali della sinistra italiana, in quegli anni particolarmente attiva. E’ anche interessante rilevare come quegli ambienti della sinistra abbiano in qualche modo assunto come “modello positivo” la vicenda repubblicana di Weimar, mentre hanno espresso valutazioni molto critiche nei confronti della tenuta delle istituzioni democratico-parlamentari della Rft, presentandola quasi come un modello negativo.

Agli occhi dei commentatori italiani la repubblica di Weimar, con le sue carenze e con i suoi pregi, poteva ben essere messa a confronto con una democrazia pluripartitica instabile e nervosa come quella italiana, per trarne prognosi più o meno fauste sul futuro della repubblica nostrana stessa. Altri, invece, soprattutto nella sinistra, si sono messi ad indagare il “laboratorio Weimar” – come allora venne chiamato – al fine di cogliervi spunti per sviluppare nella sinistra italiana quella cultura di governo, che finora le sarebbe mancata. Altri ancora hanno posto l’accento sulla straordinaria vivacità culturale di quel periodo e sugli influssi a livello europeo, che quel mondo culturale così vivace e ricco di sperimentalismi ha lasciato dietro di sé.

Da quella breve, ma intensa, fase di dibattito (che non mi pare abbia paralleli con altri paesi europei) aldilà di rozze analogie, che già allora apparivano insostenibili (come l’equiparazione degli “opposti estremismi”, di cui parlavano in quel periodo i moderati nostrani, con il radicalizzarsi della lotta politica negli ultimi anni della repubblica weimariana) sono scaturiti interessanti contributi da parte di una nutrita pattuglia di specialisti. Fra tutti ricordo la ricerca esemplare di Gian Enrico Rusconi sulla “democrazia contrattata” e sul ruolo politico del movimento sindacale e socialista – un lavoro purtroppo ignorato dalla storiografia tedesca. Vorrei anche ricordare studi sulle diverse correnti del movimento marxista e socialista tedesco e sull’austromarxismo, un forte interesse per la figura complessa e singolare di Walther Rathenau, grande dirigente industriale, ma anche statista e filosofo, le ricerche di storia della cultura – per non citare le innumerevoli traduzioni di studi stranieri. Pur con notevoli differenze di valutazione, a tutti questi commentatori è comune il considerare Weimar come modello problematico di modernità, luogo di conflitto fra passato, presente e futuro ed in cui la sinistra tedesca ed internazionale misurò (e deve continuare a misurare) la sua capacità di governo.

Contemporaneamente, negli stessi ambienti della sinistra italiana si è aperto un filone di studi e d’interesse che guardava al presente, a ciò che avveniva nella vicina Rft, sottoposta (come il nostro paese) agli sconvolgimenti provocati dalla contestazione studentesca e dal terrorismo. Per inciso, nel caso tedesco abbiamo solo un terrorismo “di sinistra”, laddove l’Italia ha invece dovuto subire il parallelo e convergente attacco di “opposti terrorismi”. Ricordo anche che in quegli anni la Rft era governata dai socialdemocratici in alleanza con i liberali, prima sotto il cancellierato Brandt e poi con Schmidt. L’attenzione dei commentatori italiani mi pare duplice. Da un lato interessata a cogliere – come altre volte nel passato e poi in anni più vicini – ciò che avveniva nel paese leader politico ed economico dell’Europa occidentale, per individuare tendenze che di lì a poco avrebbero potuto riprodursi anche da noi, dall’altro preoccupata di mettere a fuoco i comportamenti e le strategie della sinistra al governo – in un primo caso negli anni di Weimar, poi in contemporanea – negli anni ’70. Al cuore delle analisi e dei commenti su ciò che si stava svolgendo in quel momento in Germania si soprappongono tematiche generali, comuni al mondo occidentale – come la cosiddetta “crisi dello stato fiscale” – ad aspetti che invece vengono ritenuti specifici del “caso” tedesco.

Nel 1977 Feltrinelli pubblicava un saggio di un giurista e storico di Brema (allora, la Brema “rossa”) il cui contenuto era pienamente rispecchiato da titolo: La rinascita del Leviatano. Crisi delle libertà politiche nella Rft. Il libro parte dall’assunto di una vena autoritaria ed antidemocratica che starebbe sullo sfondo dell’intera storia tedesca e che poi sarebbe nuovamente riaffiorata per contrastare e reprimere i movimenti alternativi ed anti-sistema suscitati dal movimento studentesco del ’68. Si tratterebbe di un attacco alle libertà democratiche, mascherato dietro la necessità di far fronte ad un’emergenza terroristica, la cui pericolosità veniva ad arte amplificata dalla coalizione di governo.

Nello stesso anno lo stesso editore pubblica un ampio studio di Enzo Collotti, il più autorevole storico della Germania e uomo di sinistra, basato sui risultati di un seminario organizzato nel marzo 1977 dall’Istituto Gramsci Sezione Emiliana. Nel libro Collotti individua alcuni dati strutturali, caratteristici dell’evoluzione politico-istituzionale della Rft dopo il 1945: un debole retaggio democratico, la mancanza di un effettivo pluralismo politico, il riemergere del fattore militare. Egli mette perciò in evidenza i limiti della democrazia tedesca, “ingessata” da Adenauer al servizio di un apparato economico che necessitava di piena libertà per tornare a svilupparsi nel dopoguerra. Ma ciò che soprattutto interessa a Collotti, intellettuale di sinistra, è che la Spd al governo non sia stata in grado di proporre e di mettere in atto una strategia di sviluppo alternativa, adattandosi a svolgere il ruolo di custode del progetto di egemonia economica ed economica della Germania occidentale sul continente europeo. “La leadership della Rft (si esprime, N.d.A.) nell’affermazione dell’egemonia su tutto l’arco dell’Europa comunitaria, area potenzialmente estesa a tutta l’Europa non rientrante nell’influenza sovietica (…) Questo processo si è accelerato proprio sotto la gestione della socialdemocrazia (…) e si può dire che rappresenti in nuova veste la continuazione di più antiche tendenze dell’imperialismo tedesco”.

Meno pessimistiche sono le conclusioni di un saggio di Sergio Pistone, storico di impostazione federalistico-europeistica, secondo il quale non è in crisi soltanto la democrazia tedesca – pur caratterizzata da peculiari presupposti storici – ma il concetto stesso di stato nazionale. La sua conclusione è: “La strada lungo cui si può rafforzare in modo decisivo la democrazia tedesca – così come tutte le altre democrazie europee (…) – è il completamento dell’integrazione europea, cioè l’unificazione politica su base federale e democratica”.

Che si tratti di una vera e propria stagione di studi su quanto avveniva a Nord delle Alpi, avente indubbiamente una matrice nostrana, è dimostrato dalla convergenza temporale e di contenuti di svariate pubblicazioni, in quegli anni. Vorrei fare solo qualche esempio: la traduzione italiana (sempre da Feltrinelli e sempre con un’introduzione di Collotti) del fortunato ed acuto reportage di G. Wallraff sulla “Bild”, il più importante e diffuso quotidiano popolare tedesco, in cui Wallraff (spacciandosi, in uno dei suoi innumerevoli travestimenti, da giornalista) metteva a nudo dall’interno i meccanismi di deformazione delle notizie; da parte e sotto l’egida di intellettuali di quella che allora veniva definita come “area dell’Autonomia” vennero pubblicati svariati studi e interventi che mettevano in luce la forte conflittualità sociale, il carattere antagonistico della classe operaia tedesca, sia durante il regime nazionalsocialista, che nel successivo periodo democratico. Che questa stagione di studi non possa essere, però, ricondotta ad un’unica matrice politico-ideologica (per fare un esempio: Collotti era distante anni-luce dai “padovani” dell’Autonomia) è ulteriormente dimostrato dal fatto che il maggiore editore “borghese” italiano, Mondadori, pubblicava negli stessi anni – in collana economica – uno strano, ed ai nostri occhi aberrante, saggio di H. Jaffe, un economista nero sudafricano che in quegli anni godette di una certa notorietà negli ambienti nostrani del “terzomondismo”. Questi elaborò una radicale critica contro l’imperialismo, coniugandola con la più trita demonizzazione del “male” rappresentato dalla Germania. Jaffe tracciava una sostanziale (ed a-storica) continuità dalla fondazione del Reich germanico nel 1870 ai giorni nostri, identificando nella Germania il motore ed il cuore dello sfruttamento imperialistico sia delle aree marginali dell’Europa, sia e soprattutto delle colonie (poi, ex-colonie). A mio avviso questa interpretazione, estremamente rozza e schematica, merita attenzione proprio perché mi pare significativo che un libro così “brutto” sia stato pubblicato allora, in edizione paperback dal maggiore editore italiano (non sappiamo peraltro se abbia avuto successo di vendita, anche se io personalmente ne acquistai una copia!), certamente non sospetto di simpatie per l’estrema sinistra – come poteva essere invece per Feltrinelli, l’altro editore milanese in prima linea in questa stagione di pubblicazioni sul “caso” tedesco. Significativo del congiungersi di filoni alternativi, terzomondisti e della sinistra riformista attorno agli stereotipi riguardanti la Germania, grande potenza economica, la cui maturità politica in senso democratico, pluralistico e parlamentare aveva bisogno di continue, intermittenti verifiche.

Anche in questo caso, vicende e motivazioni interne alla penisola si sono intrecciate con radicati stereotipi negativi riguardanti la Germania, per sfociare in apprezzamenti e prognosi largamente infondati sul futuro democratico della Rft.

5. “Il peso della memoria”: Historikerstreit e dintorni

Alla metà degli anni ’80, in un contesto politico che preannunciava (magari implicitamente) il desiderio della classe dirigente e di una parte dell’opinione pubblica di porre fine al divario fra “gigante economico” e “nano politico”, caratteristico della Rft dopo il 1945, esplose fra gli storici lo Historikerstreit, dibattito dai toni molto aspri, che ha contrapposto storici ed intellettuali di tutti gli orientamenti politici. Oggetto del dibattito era l’unicità dello sterminio degli ebrei, e quindi la questione della peculiarità – in senso negativo – della storia tedesca. Riassumiamo molto schematicamente: gli intellettuali e storici di orientamento conservatore chiedevano che si spazzasse via una volta per tutte l’incubo del “passato che non passa”, ridando alla storia tedesca, e quindi al presente della Germania federale, la sua normale collocazione. Ad essi, gli intellettuali – diremmo così – di “sinistra” contrapponevano i rischi di un’amnesia storica, che avrebbe potuto scatenare nuovamente i fantasmi del nazionalismo e suscitare preoccupazioni e diffidenze fra i vicini della Germania, memori di quanto avvenuto nella Seconda guerra mondiale. Il dibattito, amplificato dai mezzi di comunicazione su scala internazionale ed altrettanto ampiamente strumentalizzato sul piano politico, ha suscitato una forte attenzione internazionale, anche se i suoi contenuti propriamente storiografici sono stati molto modesti. La sua risonanza è stata indubbiamente un riflesso delle preoccupazioni, delle diffidenze profondamente radicate nell’opinione pubblica internazionale verso la Germania. In Italia, rispetto a quanto è avvenuto altrove, si può dire che vi sia stata un’attenzione molto forte soprattutto da parte dei mezzi di comunicazione di massa e delle riviste di cultura; attenzione che ha avuto ricadute come la pubblicazione assai tempestiva dei principali interventi nel dibattito e la traduzione di un libro di Ernst Nolte, esponente di punta degli storici cosiddetti “revisionisti”. Vorrei anche osservare come molti dei commentatori italiani, fra cui lo stesso Rusconi, hanno proposto un parallelo fra il dibattito in Germania e il non-dibattito sulla memoria del fascismo. Retoricamente, il politologo torinese si è chiesto: “Fino a che punto non ci trasciniamo – su questa tematica – una grossa rimozione collettiva dopo la brutta esperienza nazional-fascista?”

Particolarmente forte è stata l’attenzione italiana anche qualche anno dopo, in occasione del cosiddetto “caso Jenninger”. Il 10 novembre 1988 il presidente del Bundestag tenne il discorso ufficiale di commemorazione del quarantesimo anniversario delle “notte dei cristalli”, il primo violento progrom anti-ebraico compiuto davanti agli occhi di tutta la popolazione tedesca. Jenninger, esponente di punta del partito al governo, la Cdu, venne duramente attaccato non appena iniziò a leggere il suo testo e, in una vera tempesta politica, fu costretto nei giorni seguenti a dimettersi. Il “caso” è eclatante, in quanto un’attenta lettura del discorso ne mette in evidenza la sincerità e lo sforzo di approfondimento critico, soprattutto rispetto al problema del consenso, del fascino, che il nazionalsocialismo ha suscitato fra i cittadini tedeschi. Invece, Jenninger è stato clamorosamente frainteso e coinvolto in una generale ondata di riprovazione. Anche qui, da parte italiana vi è stata una forte attenzione da parte della stampa, con commenti che fin dall’inizio sono usciti dal coro – ricordo soprattutto gli articoli di Barbara Spinelli su “La Stampa”. Mario Pirani, autorevole editorialista de “La Repubblica” ha anzi pubblicato un interessante volume, quasi un instant book, in cui – oltre a riportare il testo del discorso ed alcuni dei principali commenti italiani, ha analizzato attentamente il caso. I suoi acuti commenti hanno evidenziato – ancora una volta – i riflessi meccanici e gli stereotipi che scattano di fronte al passato tedesco, in seno alla stessa opinione pubblica di quel paese.

6. La riunificazione e dopo

La riunificazione della Germania in un unico, grande stato, vero colosso non più solo economico ma anche politico al centro del continente, ha suscitato nel nostro paese una notevole attenzione da parte degli organi di informazione di massa e da parte degli intellettuali. All’inizio degli anni Novanta la pubblicistica sulla riunificazione tedesca e sulle sue conseguenze si è fatta molto ricca. In quest’ultimo scorcio di secolo si può dire che l’attenzione per la Germania da parte dell’opinione pubblica italiana sia stata notevolmente superiore rispetto al passato.

All’interno di questa tendenza si può collocare la pubblicazione di un volume, curato dal geografo francese Michel Korinman – uno dei numi tutelari della “nuova geopolitica” – nel quale viene presentato un panorama molto ricco, anche se inevitabilmente sintetico, sull’immagine che della Germania e dei tedeschi si ha nei principali paesi europei, oltre che negli Stati Uniti ed in Israele. Dalla rassegna emerge la predominanza di stereotipi negativi o improntati alla diffidenza – secondo schemi che sono riscontrabili anche in Italia; a tale diffidenza si accoppiano però delle forti aspettative, soprattutto nell’Europa orientale uscita dalla disgregazione del blocco comunista, nei confronti della forza economica tedesca, vista come possibile “locomotiva” di sviluppo.

Le vicende della riunificazione e, successivamente, le sue conseguenze hanno rappresentato in qualche misura una cartina al tornasole, per apprezzare quanto questi pregiudizi negativi (o diffidenti) siano diffusi fra la gente e fra gli intellettuali italiani. Occorre premettere che anche da noi – come quasi ovunque – la divisione della Germania in due stati era considerata un dato di fatto immutabile, se non in tempi molto lunghi. Non solo; molti esponenti della classe politica italiana, non diversamente dai loro colleghi di Parigi, Londra e Varsavia, erano dell’opinione che tale divisione fosse opportuna. Nella sua ormai famosa presa di posizione del 1984, in cui dichiarò che gli pareva assolutamente opportuno che la divisione della Germania si perpetuasse, Giulio Andreotti non fece che rispecchiare cinicamente quanto altri pensavano e si auguravano (segretamente).

Bisogna poi dire che in questi ultimi anni la stampa quotidiana e periodica italiana ha indubbiamente accentuato il suo interesse per la Germania. Un’accurata analisi compiuta da Jens Petersen, attenta analista dei rapporti culturali fra i due paesi, consente di apprezzare le dimensioni e l’intensità dell’interesse che i mezzi di comunicazione (quelli radiotelevisivi in testa) hanno dedicato a tematiche tedesche. Anche fra le riviste di cultura è cresciuto l’interesse per il tema. Il caso forse più emblematico è forse quello di “Micromega” – una rivista molto attenta alle problematiche internazionali di attualità, ma lo stesso può dirsi per altre testate culturali di prestigio, come “Il Mulino” e “Limes”.

“Micromega” ha ospitato interventi di intellettuali tedeschi di primo piano (Habermas, Grass, Biedenkopf, ed altri), nonché commenti e saggi di studiosi e di analisti italiani. Il mercato editoriale italiano è in generale piuttosto attento a recepire dall’estero; il nostro è uno dei paesi in cui si traduce di più, perlomeno nelle scienze umane e sociali. Ciò è dovuto al fatto che l’italiano è una lingua oggettivamente di secondo rango in campo internazionale; ma l’intensa attività nostrana di traduzione è segno anche di una genuina curiosità ed apertura.

Anche per ciò che qui ci interessa non sono mancate le traduzioni a caldo: ricordo i pamphlet di Enzensberger, di Lepenies e di un gruppo autorevole di commentatori, fra cui l’ex-cancelliere H. Schmidt, usciti quasi contemporaneamente; pubblicazioni che hanno suscitati commenti e recensioni. Non si può certo dire che il tono dei commenti italiani alla riunificazione ed alle sue conseguenze sia unico e tendente ad accenti negativi, anche se in tutte e tre le opere appena citate prevale uno scetticismo di fondo. Fra le poche eccezioni, ricorderei l’introduzione del politologo torinese Rusconi al succitato pamphlet di Lepenies, che si chiude con queste inequivocabili parole: “I pessimismi di maniera sulla situazione tedesca, di cui si compiace molta pubblicistica europea, sono fuori luogo”. L’uso frequente di formule ad effetto, come quella di “Quarto Reich”, anche se scorrette ed inopportune, riflette inconsciamente le paure diffuse nell’opinione pubblica e le alimenta. Persino una delle testate più vicine alla Germania, come “Il Giornale” di Indro Montanelli, commentò a caldo, il 3 ottobre 1990, tratteggiando uno scenario preoccupante, che vedeva a breve l’imporsi di una salda egemonia tedesca al centro del continente; d’altra parte, Montanelli osservava: “Lo diventeranno (egemoni, N.d.A.) perché lavorano di più, perché risparmiano di più, perché sono più capaci di soffrire e di sacrificarsi, perché ci credono di più”.

Non è un caso che sia stato dato spazio soprattutto ad intellettuali, come G. Grass e J. Habermas fra gli occidentali e agli ex-orientali H. Müller e S. Heym, che hanno espresso posizioni fortemente critiche nei confronti delle prospettive future della riunificazione, sia sul piano interno tedesco che su quello internazionale. Intellettuali che soffrono sotto la cappa del “passato che non passa”, di cui s’è detto prima. La difficoltà di costruire l’identità tedesca si è accentuata – secondo questi commentatori – a causa della riunificazione, che ha oberato la Repubblica Federale di un ulteriore onere, rappresentato dalle aspettative frustrate degli abitanti della ex-RDT, che si attendevano in tempi brevi di poter accedere ai livelli di reddito sognati e lungamente agognati dagli schermi televisivi.

Nella ricezione che da parte italiana è stata fatta degli eventi tedeschi dopo il 1989/90 prevale il timore che la Germania nutra al suo interno una sorta di male oscuro, la cui concretizzazione sarebbe oggi rappresentata dal radicalismo xenofobo dei naziskin. Titoli ad effetto su questo fenomeno hanno avuto indubbiamente una presa emotiva su larghi strati di pubblico, in quanto si sono coniugati con radicati pregiudizi sulla tendenziale intolleranza, che sarebbe propria dei tedeschi, del loro “carattere” e della loro storia. Anche le informazioni sulle difficili condizioni economiche, sociali e psicologiche, della parte orientale del paese, sono state messe in grande risalto, per evidenziare gli sconquassi che l’unificazione ha provocato. Così Saverio Vertone, fine conoscitore della cultura tedesca ed attento osservatore: “La Germania è una tessera anomala nel mosaico europeo (…) Sono duecento anni, da quando Napoleone sciolse il primo Reich, che non si riesce a farla entrare tutta intera in Europa senza provocare sconquassi”.

D’altro canto, non sono mancati interventi, che hanno posto l’accento (attraverso argomentazioni apparentemente oggettive e scientifiche) su una sorta di onnipotenza dell’economia tedesca, che sarebbe in grado di rimettersi in sesto in brevissimo tempo, rilanciando su scala ancora più vasta il suo disegno di egemonia economica. Da molte parti si è prospettato uno scenario di “germanizzazione” delle economia dei paesi un tempo facenti parte del blocco comunista. Esemplare di questa prospettiva di analisi, imperniata sulla potenziale egemonia economica tedesca, è un libro pubblicato in quegli anni da un geografo economico: Roberto Mainardi. L’autore propone una lettura di lungo periodo, basata su innumerevoli dati geografici ed economici, che vede la Germania puntare ad assumere quel ruolo centrale nell’economia continentale, che le ragioni della geopolitica le affidano di diritto. La lettura di Mainardi è fredda e precisa; sarebbe difficile sostenere che egli sia fazioso o addirittura anti-tedesco. Tuttavia, il titolo stesso del libro è ritagliato appositamente per suscitare attenzione da parte del pubblico; il quadro complessivo che se ne trae è che la storia e la posizione geografica della Germania la predispongono per svolgere tale ruolo egemonico su altri paesi del continente europeo, soprattutto sulla parte centro-orientale.

E’ caratterizzato da grande amore per la Germania e per la sua cultura, ma allo stesso tempo da una distaccata raffinatezza analitica, un volume di Angelo Bolaffi. Sulla base di un excursus sintetico, ma denso, sulla storia e sull’evoluzione culturale della Germania e dei tedeschi, Bolaffi arriva a capovolgere il segno di diffidenza, che abbiamo visto prevalere nei commenti sulla riunificazione. L’Autore ricostruisce le radici culturali del forte pregiudizio enti-tedesco, certo senza negare la realtà dei crimini commessi in talune fasi storiche in nome della germanicità. Ma egli respinge con forza l’opinione secondo la quale questo passato debba continuare a pesare in modo determinante sulle spalle delle giovani generazioni.

Polemizzando con quelli che chiama “i mandarini rossi” (i quali hanno avuto tanto spazio proprio nei commenti italiani), accusati di non essere stati all’altezza di confrontarsi con la nuova situazione. Bolaffi ritiene insensato pensare che la Rdt potesse essere considerata un sistema statuale riformabile o migliorabile. Parimenti, egli pone l’accento sulla grande importanza che i quarantacinque anni di repubblica parlamentare hanno avuto non solo sulle istituzioni, ma sullo spirito stesso degli abitanti della Rft. Egli coglie qui – mi pare, correttamente – una cesura decisiva nel flusso della storia tedesca; una cesura che a suo avviso consente di parlare dell’avvio di una sua nuova fase. Scrive Bolaffi testualmente: “La società tedesca presenta caratteristiche completamente differenti da quelle del passato. Non ha praticamente più nulla in comune con l’immagine tradizionale della Germania”. In questa nuova fase storica (Bolaffi si sofferma sul ruolo essenziale svolto da Adenauer e da Brandt) è riuscita a dare vita a un sistema sociale in cui la conflittualità è ridotta al minimo, grazie ad un ardito “compromesso storico” fra classe operaia e sistema capitalistico.

Posizioni analoghe, anche se espresse in forma più pacata, erano state assunte da G. E. Rusconi, forse il più attento osservatore italiano delle vicende tedesche. Nel suo libro Capire la Germania, del 1990, egli ha sottilolineato come dopo il 1945 la Rft sia stata sottoposta a un profondo processo di occidentalizzazione, politica e culturale. A seguito di tale trasformazione, ora essa è diventata uno dei pilastri della democrazia in Europa. Per tornare al libro di Bolaffi, sicuramente l’esito più interessante delle reazioni nostrane alla riunificazione tedesca, il suo ragionamento non è certo esente da pecche, dovute soprattutto al suo forte coinvolgimento emotivo. Certo, la storia della Germania democratica dopo il 1945 ha le sue tracce nel passato remoto, il che mette in discussione una lettura lineare della storia tedesca in senso negativo, per non dire demoniaco. Tuttavia, Bolaffi sottovaluta la gravissima carenza di educazione alla democrazia dei milioni di tedeschi, vissuti ad Est: dal 1933 essi non hanno mai avuto esperienza diretta della pratica politica della democrazia, salvo nelle forme perlomeno distorte e molto parziali del socialismo realizzato. Inoltre, non si può negare che nella storia di quel paese siano presenti forti retaggi antidemocratici ed antiliberali, che hanno talora avuto un peso storico preponderante. Inoltre, una parte significativa della saldezza della “democrazia di Bonn” è da ricondurre alla forte pressione esercitata dagli alleati occidentali nel quadro della guerra fredda, fornendo le condizioni migliori perché dalla “società delle macerie” sorgesse una democrazia per molti versi esemplare in Europa. L’unificazione della Germania rischia però di mettere in discussione la fiducia finora accordata dai governi (e dai popoli) alla Germania. Il vuoto di poteri improvvisamente verificatosi al centro del continente ha aperto una corsa ad accaparrarsi nuovi mercati e nuove alleanze. In una situazione economica piuttosto critica, nelle grandi potenze occidentali si è rafforzata la diffidenza nei confronti del ruolo che la Germania potrebbe svolgere in un prossimo futuro.

D’altra parte, si deve anche osservare che la Germania riunificata è stata lasciata troppo sola a fare i conti con i problemi suscitati dal crollo del sistema comunista. Chi dovrebbe fungere da diga contro la pressione demografica poderosa di milioni di persone alla ricerca di una qualche possibilità di sussistenza economica? Il “sogno tedesco” – come lo definisce Bolaffi – è quello di fare definitivamente pace con se stessa e con il mondo, di diventare elemento di stabilità e di progresso per tutti i popoli d’Europa; ma per essere concretizzato, questo sogno necessita del dialogo mai stanco e scevro di pregiudizi con le altre culture e gli altri popoli europei. Pregiudizi che – riprendendo uno schema più volte incontrato nei rapporti fra i due paesi –gli intellettuali ed opinionisti italiani che sono intervenuti a commentare la riunificazione tedesca non sempre sono riusciti a neutralizzare. Non si deve mai dimenticare, infatti – come ha osservato Lucio Caracciolo – che “i destini di Italia e Germania restano incrociati” e che essi hanno ormai per campo d’azione l’Unione europea.