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Alberto Caracciolo – 1926-2002

Per ricordare Alberto Caracciolo, recentemente scomparso, la Sissco raccoglie qui gli articoli che i principali quotidiani italiani hanno dedicato alla sua scomparsa.

Alberto Caracciolo da Marx alle Annales
ELZEVIRO La scomparsa dello storico

Corriere della Sera, 21 Novembre 2002
A pochi giorni di distanza Alberto Caracciolo ha seguito nel fato estremo Alberto Tenenti. La scomparsa contemporanea dei due storici, praticamente coetanei, ha un significato che supera la casualità anagrafica, dato il ruolo di entrambi nella storiografia italiana dal 1945 in poi. Tenenti ebbe la ventura di diventare intimo di Braudel, insieme con Ruggiero Romano, la cui scomparsa è anch’essa recente, e di accedere per questa via a una esaltante esperienza di storia sociale, di cui le Annales , la grande rivista francese, fornivano il manifesto e la cui luce era allora abbagliante non solo per l’Italia. Caracciolo si inserì, invece, direttamente nell’alveo di quella storiografia italiana che dopo il 1945 si considerò e fu considerata marxista, e che più esattamente dev’essere riferita a Gramsci più che a Marx, coltivando l’intento di scrivere o riscrivere, fra l’altro, la storia dell’Italia unita. In quest’ambito Caracciolo studiò Roma capitale (Editori Riuniti), istituzioni fondamentali del Governo, l’ Inchiesta agraria di Stefano Jacini (Einaudi), vari aspetti della storia contadina e rurale. Si distinse, in ciò, per l’esigenza che fece valere di non studiare solo le classi subalterne e di non dare un giudizio tutto negativo sulle classi dirigenti del Paese, se si voleva capire davvero qualcosa della storia italiana unitaria.
Quando si aprì il dibattito iniziato da Rosario Romeo, egli fu attento a inquadrare la discussione italiana in una cornice più ampia. La sua maggiore azione storiografica Caracciolo la svolse, però, dal 1966, con la fondazione dei Quaderni storici delle Marche , ben presto trasformatisi in Quaderni storici (Il Mulino). Fu una straordinaria palestra per l’esordio di molti giovani e valenti storici e un luogo d’incontro per studiosi italiani e stranieri. Ancor più fu la sede ove più che in ogni altro luogo la nuova storia sociale fece le sue prove in Italia, insistendo sugli aspetti più vari di essa, dalla mentalità alla microstoria. Il primo numero dei Quaderni si apriva con un articolo di Braudel, a cui ne seguiva uno di Caracciolo stesso sul tema dell’acculturazione; e così si andò avanti, con numeri monografici che segnarono di volta in volta una puntualizzazione illuminante su problemi, prospettive e tecniche storiografiche a giusta ragione sentiti come di immancabile rilievo al di là dello stesso spessore critico e della sostanza storica dei singoli studi mano a mano presentati.
A Caracciolo va riconosciuto, perciò, di essere stato protagonista di una svolta notevole degli studi storici nell’Italia contemporanea. Il suo approdo da Gramsci a Braudel apriva, per la verità, problemi di cui non si è a tutt’oggi presa piena coscienza, tanto diverse erano la prospettiva del rinnovamento storiografico auspicato da Gramsci e la storia sociale sulla linea Braudel- Annales . Questa mancata presa di coscienza non è stata senza conseguenze per tutta la storiografia italiana caratterizzata dal rilievo che in essa ha assunto la direzione degli studi a cui Caracciolo, col suo itinerario, ha impresso un forte impulso, cosa che è un suo titolo indubitabile di spicco nel quadro degli studi storici in Italia.
Più di recente, aveva trattato temi quali l’ambiente come realtà storica e la cattura dell’energia ( Ambiente come storia , Il Mulino, e La Cattura dell’energia , Carocci). Era un modo, forse, di rispondere anche agli esiti di quel suo itinerario quali potevano apparirgli a congrua distanza di tempo e in altra congiuntura culturale. E, fosse così, sarebbe una nuova prova del suo vigile spirito critico, della sua sensibilità intellettuale (né solo intellettuale) e della sua permanente apertura ai richiami di nuovi problemi e di nuovi orizzonti: una prova atta a concludere degnamente una vita di una operosità densa, come non è frequente, di realizzazioni e di sollecitazioni.
Giuseppe Galasso

Alberto Caracciolo maestro della microstoria
Allievo di Chabod, scomparso a 76 anni

La Stampa, 21 Novembre 2002
E’ stato un grande storico dell’economia ma soprattutto il maestro italiano della continua apertura verso nuovi orizzonti della ricerca. La rivista da lui fondata nel 1966, “Quaderni storici”, nata prima all’Università di Macerata, dove insegnava, e poi trasferita a Bologna, alla casa editrice Il Mulino, ha svolto in Italia un ruolo fondamentale nel raccogliere quegli studiosi che hanno sviluppato il filone della «microstoria». Alberto Caracciolo, che è morto a Roma a 76 anni (la famiglia ha dato l’annuncio a funerali avvenuti), ne andava giustamente fiero, come della sua più importante realizzazione.
Su quelle pagine, nate come “Quaderni di storia delle Marche”, sono passati importanti storici italiani e stranieri, da Carlo Ginzburg a Maurice Aymard, da Pasquale Villani a Paolo Macrì a Giovanni Levi, che ora ne ricorda la straordinaria capacità di lavorare negli archivi e quella, altrettanto rara, di «lanciare» temi nuovi per la storiografia.
Nato nel 1926 a Livorno, Alberto Caracciolo si formò alla scuola di Federico Chabod. Per molti anni ha diretto la Fondazione Lelio Basso di Roma. La sua attività accademica iniziò all’Università di Macerata, per proseguire in quella di Perugia e infine a Roma, come titolare della cattedra di Storia moderna. L’economia è sempre stata al centro dei suoi lavori, da La formazione dell’Italia industriale, pubblicato nel ‘69 presso Laterza, che suscitò un grande dibattito storiografico sulla nascita dell’industrializzazione ottocentesca nella Penisola, a L’Età della borghesia e delle rivoluzioni,uscito dieci anni dopo per Il Mulino.
Proprio attraverso questa riflessione sui fattori economici Caracciolo arrivò a comprendere l’importanza della storiografia locale: mercanti, contadini, realtà apparentemente lontane dai grandi scenari eppure determinanti per ricostruire i grandi processi storici. Un esempio è L’albero dei Belloni (Il Mulino, 1982), che ricostruisce la vicenda d’una grande dinastia di mercanti, uno dei cui rami si è estinto col disegnatore Giuseppe Novello.
Caracciolo era uno studioso d’una curiosità enorme: così, forse attraverso l’originaria impostazione economica, colse fra i primi l’importanza dell’ambiente e la possibilità di una storiografia che lo affrontasse come tale. È dell’88 il suo L’ambiente come storia. Sondaggi e proposte di storiografia dell’ambiente (Il Mulino) incentrato sui temi legati all’ecologia, alla natura e alla sua trasformazione; in qualche modo una prospettiva molto innovatrice e persino scandalosa, dove dalla storia dell’uomo si passa a quella degli ecosistemi.
Un campo di ricerca parallelo, coltivato per tutta la vita, è la storia della Roma moderna. A essa Caracciolo ha dedicato vari studi, come Roma capitale. Dal Risorgimento alla crisi dello Stato liberale (Editori Riuniti, 1993), completato con un saggio apparso nell’88 da Donzelli su I sindaci di Roma, panoramica dei primi cittadini della capitale dal 1870 ai primi anni Novanta, attraverso la quale vengono ricostruiti e riesaminati i maggiori problemi della città, la sua «doppia identità» (di Comune e di Capitale), le ragioni dell’espansione edilizia incontrollata e incontrollabile.
Importantissimi furono anche i contributi su “Lo Stato pontificio da Martino V a Pio IX”, nella Storia d’Italia Utet (1978) scritto insieme con Mario Caravale, e quelli al volume Lazio (1991), da lui stesso curato nell’ambito della serie «Le regioni», pubblicata da Einaudi come appendice alla Storia d’Italia.
Mario Baudino

Alberto Caracciolo, uno storico alla catena di montaggio
Lo studioso livornese è morto all’età di settantasei anni. Nel 1966 aveva fondato e poi diretto i «Quaderni storici»

Il Manifesto, 21 Novembre 2002
Lo storico Alberto Caracciolo è morto, a Roma, dopo una lunga malattia. Aveva settantasei anni. Allievo di Federico Chabod, aveva iniziato la sua attività accademica presso l’università di Macerata per poi trasferirsi a Perugia e, infine, approdare alla Sapienza dove è stato titolare della cattedra di storia moderna. Per molti anni ha diretto la Fondazione Lelio Basso di Roma. Nel 1966 ha fondato la rivista quadrimestrale «Quaderni storici delle Marche» poi trasformatasi, soli due anni dopo, nei «Quaderni storici»: un periodico d’avanguardia e di innovazione storiografico – di cui Caracciolo è stato anche direttore – sensibile ai temi più propri della storia economica e sociale e della microstoria. Una impresa alla quale lo storico livornese era particolarmente legato e per la realizzazione della quale si era avvalso – sin dall’inizio – della collaborazione di studiosi italiani e stranieri. Tra i tanti, Maurice Aymard, Carlo Ginzburg, Giovanni Levi, Peter Burke, Pasquale Villani e Christiane Klapisch. Numerose le ricerche che Caracciolo ha dedicato alla questione dell’industrializzazione: nel 1969, il suo volume La formazione dell’Italia industriale (edito da Laterza) suscitò un acceso dibattito che vide contrapposte tesi discordanti sulla nascita dell’industrializzazione ottocentesca in Italia, dibattito cui parteciparono – tra gli altri – Rosario Rome e Denis Mack Smith.
Altro tema caro allo studioso, è stato quello relativo alla formazione di Roma come capitale del Regno d’Italia e allo Stato pontificio in età ottocentesca. Tra i libri pubblicati a riguardo, Roma capitale. Dal Risorgimento alla crisi dello Stato liberale (Editori Riuniti, 1993) e Lo Stato pontificio da Martino V a Pio IX, volume – quest’ultimo – comparso nella Storia d’Italia dell’Utet (1978) e scritto insieme a Mario Caravale. L’attenzione per le storie locali, lo portò a curare il volume sul Lazio per la serie «Le Regioni» pubblicata da Einaudi come appendice alla Storia d’Italia. E sempre nel catalogo Einaudi, comparve uno dei suoi saggi più significativi, «Stato e società civile».Tra i suoi testi più noti, L’inchiesta agraria di Stefano Jacini (Einaudi), Ambiente come storia (Il Mulino), La Banca d’Italia tra l’autarchia e la guerra 1936-1945 (Laterza).

La notizia della scomparsa di Alberto Caracciolo è stata data dalla famiglia a esequie già avvenute.
E anche l’Italia ebbe le sue “Annales”

Il Sole 24ore, 24 novembre 2002
A settantasei anni, da qualche tempo già lontano dalla scena pubblica, Alberto Caracciolo se ne è andato, facendo riaffiorare i ricordi di una lunga stagione passata. Raccontava che al liceo Galilei di Firenze aveva un compagno – di nome Ernesto Ragionieri – giovanetto di buona famiglia che non si capacitava di come all’amico potessero piacere i comunisti, lui figlio d’un generale e con un nome di spicco. Al figlio del generale i comunisti piacquero fino al 1956, quando fu tra quei “happy few” che lasciarono il partito, per sempre vaccinati, si direbbe, dato che nel mezzo secolo a venire non vollero, o non seppero, sperimentare altre militanze. Di questo prologo fa parte anche un dissapore giovanile col maestro Chabod, all’università di Roma, mi pare per una non perdonata recensione che l’allievo scrisse all’opera del maestro. Ma quando Caracciolo lasciò Roma, sul finire degli anni cinquanta, aveva profilo già formato d’intellettuale e di studioso irrequieto, lontano da scuole e ortodossie. Certo dovette giovargli la temperie intellettuale dello scisma del ’56, i legami umani che vi si cementarono, e le aperture che vi si compirono, verso il diritto (era una giurista valente la moglie e compagna di partito, Giuliana D’Amelio, da tempo prematuramente scomparsa), la sociologia, l’economia.
Aveva già firmato dei buoni saggi, sul movimento contadino nel Lazio, su Roma capitale, sull’inchiesta agraria Jacini. Ma l’opera della vita fu la rivista “Quaderni storici”, da lui fondata nel 1966 e della quale nell’agosto di questo 2002 ha firmato come direttore responsabile il fascicolo n. 102. Agli esordi, la testata era “Quaderni storici delle Marche”, e recava nel primo fascicolo la traduzione di un celebre articolo di Fernand Braudel sulla “longue durée”, concetto allora poco familiare, e italianizzato nel “lungo periodo”.
Perché le Marche? Perché in quell’epoca di trasferte accademiche Caracciolo era stato reclutato nella squadra che Giorgio Fuà andava formando nella facoltà di economia di Ancora, sede distaccata dell’università di Urbino, per insegnarvi la storia economica. Si occupava di storia dell’Ottocento italiano, che all’epoca era fertilissimo terreno di sperimentazione etico-politica giacché vi si trovavano – e tutt’ora vi si devono trovare, del resto – le matrici della forza e della fragilità dell’Italia attuale, della sua stratificazione sociale, della sua economia e delle sue istituzioni. E’ del 1960 il suo Stato e società civile, un saggio einaudiano breve e sincopato, ma di forte incisività, sull’unificazione del paese, da cui gemmarono altri studi, e non spenti sodalizi.
Passato alla storia economica da battitore libero postmarxista, Caracciolo si occupò dell’industrializzazione italiana con una capacità che era così tipica sua di cogliere a volo gli umori del tempo e le tendenze del discorso, e di dare loro visibilità. Chissà che questo tratto, e la sensibilità per le posizioni sfumate, irresolute, non si sposasse ad innati tratti del carattere. Certo è che lo portarono da un lato a farsi organizzatore di cultura – con la sua rivista, ma più tardi anche come direttore della Fondazione Basso, a Roma, o come consulente per la storia de Il Mulino – dall’altro a indagare le fasi d’incertezza, o di transizione. Lo fece arretrando verso il Settecento italiano, un secolo in cui indicava “tempi lunghi ed embrioni di sviluppo”, come recita un titolo del suo contributo alla Storia d’Italia Einaudi (1973). Dell’iniziativa einaudiana Caracciolo doveva essere collaboratore naturale, ritrovandovi la capacità di coagulare le suggestioni che stavano venendo dalla storiografia d’oltralpe, della storia sociale attenta alle lunghe durate, e ai prestiti disciplinari, con una radice nell’economia, ma con buone vocazioni sociologiche, e di storia della mentalità.
Per la parte da lui svolta nell’importazione e nell’italianizzazione di quel paradigma mi piace comunque pensare che la storia sociale italiana non potesse che fiorire in provincia, meglio ancora se sulle sponde dell’Adriatico e nelle colline dell’entroterra, nelle sue campagne e nei centri urbani antichi, densi di traffici. E magari a contatto con tradizioni erudite illustri, specialmente nel campo del diritto, come era a Macerata, l’università dove Caracciolo, finalmente emancipato dalla storia economica e prima di tornare a Roma, occupò la sua prima cattedra di Storia moderna durante gli anni forse più fecondi e più felici del suo insegnamento. Fecondi anche perché vi sperimentò una innata capacità d’attrazione e di inseminazione, una disponibilità intellettuale e una serenità pedagogica che lo portavano a stabilire un clima di confidenziale parità con i giovani, a tollerarne le intemperanze, e a dar loro credito, anche oltre il merito. Chi scrive lo sa per certo.
Raffaele Romanelli