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Cruciani-Pasquinucci

Sante Cruciani, L’Europa delle sinistre. La nascita del Mercato comune europeo attraverso i casi francese e italiano (1955-1957), Roma, Carocci, 234 pp., € 19,50

Le «sinistre» di cui parla l’a. sono i partiti e i movimenti sindacali comunisti e socialisti di Francia e Italia, dei quali viene esaminato l’atteggiamento verso il processo di integrazione europea negli anni decisivi compresi tra la Conferenza di Messina (1955), che rilancia il progetto sovranazionale, e la firma dei trattati di Roma, istitutivi del MEC e di Euratom (1957). Contrariamente a quanto può lasciar supporre il titolo, quindi, il volume non prende in considerazione la sinistra laica e democratica, e questo deve forse essere sottolineato, giacché – sebbene meno rappresentativa in termini di forza politico-elettorale rispetto alla componente socialcomunista – questa ebbe un ruolo affatto secondario nella definizione dell’orientamento europeista dei governi nazionali. Ciò detto, la ricerca di Cruciani – che ha utilizzato un’ampia documentazione archivistica e bibliografica – costituisce un contributo utile alla comprensione delle scelte di un segmento rilevante del mondo politico europeo nei confronti di quello che Giuseppe Vacca ha definito, con enfasi, «il fatto più rilevante della nostra storia contemporanea». Dal volume emerge inevitabilmente la diversa valutazione del processo integrativo da parte dei socialisti da un lato e dei comunisti dall’altro; mentre i primi, con tempi diversi, aderirono al progetto europeista (sin dall’inizio la SFIO, alla fine degli anni ’50 il PSI), i secondi mostrarono ben maggiori resistenze. Al contempo Cruciani distingue tra l’assoluta intransigenza del PCF e i primi segnali d’attenzione, pur timidi e contraddittori, mostrati dai comunisti italiani proprio in quel periodo: si spiega così la valorizzazione del confronto instauratosi tra PCI e CGIL, allorquando quest’ultima aprì al disegno di integrazione continentale. Tra gli aspetti più apprezzabili del libro vi è il tentativo di mettere in relazione il piano politico-economico nazionale ed europeo, in particolare attraverso la verifica della reazione socialista e comunista a un processo volto anche a collegare lo sviluppo economico nazionale con quello sovranazionale. Va peraltro osservato come non sempre il legame tra i due piani, interno ed europeo, viene analizzato efficacemente. La ripetuta sottolineatura della insufficiente attenzione complessivamente prestata dai partiti e dai sindacati socialcomunisti all’integrazione europea coglie un dato di fatto, sul quale è però difficile basare una valutazione storica. È infatti necessario considerare sia la difficoltà per i contemporanei di percepire l’effettiva importanza delle Comunità europee (e il loro posto tra gli avvenimenti dell’epoca), sia la realtà socio-politica ed economica di quegli anni. Norberto Bobbio, a chi – nel 1957 – lo invitava a considerare prioritario l’obiettivo dell’unificazione europea, rispondeva di considerare più urgente, ad esempio, la lotta contro «l’abuso di potere da parte dei grandi gruppi capitalistici». È difficile non pensare che questa fosse anche l’opinione di partiti e sindacati che rappresentavano le rivendicazioni e gli interessi di una parte consistente delle masse lavoratrici.
Daniele Pasquinucci

Europa e culture politiche: sulle sfide della comparazione.
Osservazioni alla recensione di Daniele Pasquinucci

La segnalazione di un volume sull’Annale SISSCO rappresenta sempre un motivo di soddisfazione. Il riconoscimento dell’ “ampia documentazione archivistica e bibliografica” utilizzata e il giudizio sulla ricerca come “un contributo utile alla comprensione delle scelte di un segmento rilevante del mondo politico europeo” costituiscono un indubbio incoraggiamento a proseguire nello studio delle sinistre nel processo di integrazione. I rilievi critici di Pasquinucci mostrano tuttavia la tendenza a muoversi entro un modello interpretativo secondo il quale l’apporto del socialismo europeo e del comunismo italiano (in particolare) alla costruzione europea può essere riscontrato soltanto a partire dagli anni settanta. Mentre la posizione di tutte le forze politiche italiane e francesi è analizzata nel capitolo sulla ratifica dei Trattati di Roma, la valutazione storica che emerge dalla ricerca non è nella “ripetuta sottolineatura dell’insufficiente attenzione complessivamente prestata dai partiti e dai sindacati socialcomunisti all’integrazione europea”. Sul versante socialista, la ricerca rimarca al contrario il valore di “vero atto di nascita dell’europeismo socialista” costituito dal voto favorevole al Mercato comune europeo dei partiti socialisti del Benelux, della Sfio e della Spd, “ben prima dell’impegno europeista della SPD di Willy Brandt sul finire degli anni sessanta e del nuovo partito socialista di François Mitterrand agli inizi degli anni ottanta” (p. 223). Sul versante comunista, la ricostruzione dello scontro tra la Cgil e la Cgt al IV Congresso della FSM dell’ottobre 1957 e tra il Pci e il Pcf alla Conferenza internazionale di Mosca del novembre 1957, sottolinea invece “l’avvio di un gioco di sponda tra la Cgil e il Pci per far avanzare il policentrismo nel movimento comunista internazionale e dar vita in Europa occidentale a un crescente raccordo tra i sindacati e i partiti politici comunisti e socialisti dei paesi membri del Mercato comune europeo”(p. 226). Si tratta di elementi di interpretazione non secondari, soprattutto se proiettati nel lungo periodo della storia delle sinistre europee, come la recensione di Christine Vodovar pubblicata in Francia sulla rivista Vingtième Siècle (n. 100, octobre-décembre 2008, pp. 198-199) mette adeguatamente in luce. Per la storiografia italiana è probabilmente il tempo di avanzare con determinazione sulla via di un approccio comparato alla storia delle sinistre europee tra partiti politici e movimenti sindacali.
Sante Cruciani

Replica di Daniele Pasquinucci

L’unico dovere che abbiamo nei confronti della storia è di riscriverla. Senza esagerare però. La chiosa spiega, forse, il mio supposto peccato. Ammetto infatti, come sottolinea Cruciani, di ritenere che solo a partire dagli anni Settanta il PCI abbia dato un contributo alla “costruzione dell’Europa” – e pure in quel decennio, oso aggiungere, non sono mancate esitazioni e incomprensioni (ovviamente legittime). Con la locuzione “costruzione dell’Europa” intendo, come immagino anche l’A., il processo di integrazione europea nella concreta forma da esso assunta. Mi sfugge quindi la pertinenza della citazione del brano a p. 226. A meno che cercare di raccordare i sindacati e i partiti social-comunisti operanti all’interno dei paesi della CEE non rappresenti un “apporto” al processo in questione, mentre i partiti comunisti votavano contro la ratifica dei trattati. Il caso dei socialisti è molto diverso, come ricordo nella recensione. Ma sostenere che il consenso dei socialisti della “piccola Europa” nei confronti del MEC sancisce la nascita dell’“europeismo socialista” mi pare una tesi discutibile. Intanto, l’arco di tempo considerato nella ricerca è un po’ ristretto per affermazioni così impegnative. Come ideale, ad esempio, l’europeismo socialista nasce prima del 1957. Al contempo, anche nei partiti socialisti più coinvolti nella definizione dei contenuti della nuova Comunità (quelli del Benelux) l’integrazione europea non fu certo – in quel periodo – un tema cruciale del dibattito interno. Ma, come sottolineavo nella recensione, a mio parere questa mancata centralità andava contestualizzata meglio. Aggiungo che, sotto il profilo organizzativo, i partiti socialisti della CEE produssero un Bureau de liaison complessivamente deludente. Concordo sulle suggestioni interpretative della longue durée. Noto però – anche se non è il caso dell’A. – che la ricerca delle radici lontane e recondite dell’europeismo di segmenti importanti della “sinistra” nostrana conduce alcuni a considerare contingente l’opposizione degli anni ’50 (e oltre) e essenziale la più recente adesione all’europeismo. L’ultima parola, che spetta al recensore, non permette all’A. di replicare ulteriormente. Ritengo pertanto corretto ribadire come nel volume qui discusso vi siano comunque elementi di grande interesse.
Daniele Pasquinucci