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Culture e pratiche psichiatriche nella società italiana del Novecento

Coordinatori: Patrizia Guarnieri (Università di Firenze) – Massimo Moraglio (Università di Torino)
Giovedì 22 settembre
I Sessione: 16.00-20.00
Aula C – Sezione Stecca

Il seminario si propone di affrontare il rapporto tra culture e pratiche della psichiatria nell’Italia del Novecento, in particolare dal fascismo agli anni Settanta. Si tratta di un periodo assai poco esplorato rispetto al secolo precedente, di tutta la psichiatria europea, che in Italia ha avuto esperienze peculiari e significative. Con orientamenti metodologici innovativi rispetto a qualche decennio fa, la storiografia contemporaneistica del settore ha rimesso in discussione temi già individuati (la devianza e il controllo sociale, il paradigma terapeutico/reclusivo), e sta enucleando nuovi percorsi di ricerca, che valorizzano una molteplicità di soggetti e scenari. In particolare si evidenziano alcuni punti focali che il seminario tematico ha intenzione di proporre:

1- consolidamento della reclusione asilare e ricerca di nuove tendenze degli psichiatri;

2- psichiatria e antitetiche teorie dell’uomo (dal razzismo, alla cultura anti-istituzionale)

3- psichiatria e altri saperi (specialità mediche e diritto)

4- movimento e cultura antimanicomiale.

5- La psichiatria italiana del ‘900 fuori d’Italia.

Il panel prevede la partecipazione di studiosi di diversa formazione scientifica, con curriculum molto differenziati tra di loro, appartenenti a generazioni diverse. La presenza di Edward Shorter consentirà di confrontare la nuova stagione di studi storici italiani con lo sguardo sull’Italia di un notissimo storico (della psichiatria e non solo) d’oltre oceano.

Programma
  1. Edward Shorter (University of Toronto) – Lo strano viaggio italiano nella storia della psichiatria

    Il percorso italiano nella storia della psichiatria non è per niente strano fino agli anni sessanta del Novecento. Prima di allora, l’Italia ha attraversato le stesse fasi “normali” dello sviluppo internazionale: una fase iniziale di psichiatria biologica nell’Ottocento; poi una parentesi psicoterapeutica-psicoanalitica tra il 1920 e le 1960. Negli anni ’60 inizia invece una grande divergenza rispetto al percorso internazionale: la politicizzazione della psichiatria, la fine dei manicomi pubblici, la stigmatizzazione fino all’estinzione dell’elettroshock, e il trionfo quasi definitivo della psicoanalisi. Queste prospettive suggeriscono un programma di ricerca per gli storici: (1) approfondire la storia della psicofarmacologia in Italia, un’iniziativa importante che è rimasta senza futuro nazionale; (2) ricercare le circostanze dietro il successo pressoché allucinante del freudismo in Italia ed in Francia (il caso scandinavo-inglese fornisce un contro-esempio); (3) ed interrogarsi sui manicomi: erano totalmente un fallimento?

  2. Vinzia Fiorino (Università di Pisa) – Culture psichiatriche nel e per il fascismo: l’idea della Nazione Artigiana

    Rimasta del tutto esclusa dalla ricerca storiografica, l’elaborazione psichiatrica durante il ventennio fascista si configura come un’area di interesse del tutto inesplorata. Partendo da un interrogativo centrale, ossia quale antropologia, quale idea di uomo abbia guidato la riflessione teorica e la pratica della disciplina psichiatrica, il mio contributo si dipana sostanzialmente lungo due linee di ricerca: in primo luogo cercherò di enucleare il contributo specifico che la scienza psichiatrica ha dato alle teorie razziste; in secondo luogo, includendo anche una riflessione che ha interessato campi specifici quali la medicina del lavoro, l’igiene e la fisiologia, mi prefiggo di rintracciare l’apporto proprio delle teorie scientifiche alla complessa tematica della psicofisiologia del lavoro maturata negli anni del regime.

  3. Lisa Roscioni (Università di Roma “La Sapienza”) – Psichiatri e giudici a confronto: la perizia psichiatrica prima e dopo il Codice Rocco (1930)

    Se con la promulgazione del Codice Rocco (1930), gli psichiatri italiani, dopo decenni di aspri dibattiti, videro ufficialmente riconosciuto il loro ruolo in ambito giudiziale e sociale, in realtà, nella pratica giudiziaria, il peso attribuito alla perizia psichiatrica e la sua valenza teorica continuarono a essere oggetto di discussione e talora di forti contrasti. Il celebre caso giudiziario dello “smemorato di Collegno” (uno sconosciuto colpito da amnesia recluso in manicomio conteso tra due donne che credevano di riconoscere in lui il marito – uno dei quali disperso durante la prima guerra mondiale), nel quale si scontrarono alcuni importanti psichiatri, è in questo senso emblematico e può suggerire nuove prospettive storiografiche. Al centro della questione vi erano tra l’altro alcuni problemi di scottante e recentissima attualità: il sospetto di simulazione di amnesia, le eventuali tecniche per smascherarla e la questione dei carattere psicogeno dei traumi di guerra, che aveva messo in crisi la visione di un’origine esclusivamente biologico-degenerativa dei disturbi mentali.

  4. Massimo Moraglio (Università di Torino) – Uscire dal manicomio. Il dibattito medico nel periodo fascista, tra pratica reclusiva e ricerca di nuovi paradigmi

    Nel periodo tra le due guerre mondiali si evidenzia una cultura medico-psichiatrica vitale e vivace, tra caute aperture alla psicoanalisi e volontà di riforma della legge giolittiana. In questo quadro dinamico emerge la contraddizione tra il desiderio dei medici di abbandonare il manicomio e la speranza dell’azione profilattica; ma anche l’autocensura da parte degli psichiatri nel portare fino in fondo la raggiunta consapevolezza dell’inutilità terapeutica del manicomio, conservandone piuttosto il paradigma reclusivo. Sicché, se si ripeterono gli inviti ad una nuova azione medica, tra il 1926 e il 1941 il numero dei degenti nei manicomi raddoppiò proprio mentre – alla vigilia della seconda guerra mondiale – non pochi psichiatri furono partecipi dei più retrivi atteggiamenti razzisti.

  5. Renzo Villa (National Institutes of Health, Bethesda) – Dall’escluso all’escludente”: pratiche antimanicomiali, da Basaglia a Psichiatria Democratica

    La figura e l’opera di Franco Basaglia sono state studiate anche attentamente negli ultimi anni. Forse meno si è sottolineato il ruolo che ebbero in primo luogo la moglie, Franca Ongaro recentemente scomparsa, e poi amici e collaboratori, ma anche colleghi e responsabili amministrativi, nell’organizzare, guidare e rendere fenomeno di rilevanza culturale, le “pratiche antimanicomiali” fra il 1963 e il 1978. L’intervento mostra quanto ampio e frastagliato fosse il “movimento”, non riducibile e riconducibile ad una sola figura, pur carismatica. E soprattutto mostra l’incidenza culturale della più importante stagione della storia psichiatria italiana non come disciplina clinica, ma come bagaglio e strumentazione intellettuale, nel senso più ampio e migliore, in particolare attraverso gli scritti, gli interventi, gli studi di molti medici, operatori, ricercatori che contribuirono a diffondere un’inedita, e mai più rinata, attenzione per la psichiatria e la sua storia.